Enzo Bianchi: il vero corpo del Signore


Enzo Bianchi: il vero corpo del Signore

di Christian Albini

Dall’omelia di Enzo Bianchi per il Giovedì Santo:

Siamo indegni dell’eucaristia forse perché abbiamo dei peccati? Forse perché siamo responsabili di colpe in cui cadiamo ogni giorno e in cui continuiamo a ricadere? “Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo”, come dice quel detto tradizionale attribuito ai padri del deserto. No, perché l’eucaristia è un sacramento per i malati, è una tavola offerta per i peccatori, non è qualcosa che è per i giusti; eventualmente sono gli uomini di chiesa che trasformano l’eucaristia in un banchetto per i giusti, ma Gesù l’ha voluta per i peccatori.

Quando andiamo all’eucaristia, siamo come dei mendicanti. Per questo quando andiamo all’eucaristia, anche con il nostro corpo, prima di ricevere il pane e il vino ci inchiniamo, inchiniamo il nostro corpo e poi apriamo la mano. È il gesto del mendicante: il mendicante che vi chiede l’elemosina vi fa un inchino e stende la mano, e noi facciamo lo stesso con il Signore. E non a caso la sapienza della liturgia latina ci fa dire: “Signore, io non sono degno che tu faccia di me la tua dimora, non sono degno di accoglierti nella mia casa che è il mio corpo, che è tutto il mio essere, ma confido in una sola parola, nella parola del Signore, e allora sarò fatto degno”. Dunque – vedete – questa indegnità non è l’indegnità dei nostri peccati.

E allora che cos’è questa indegnità in cui si mangia e si beve la propria condanna? Paolo la spiega subito dopo: è il non discernere, il non capire, il non riconoscere il corpo e il sangue del Signore (cf. 1Cor 11,29). Questa è davvero l’indegnità. E allora capiamo perché c’è questa preoccupazione di capire, di conoscere. Certo, Paolo vuole dire che non riconoscere che quel pane è il corpo di Cristo, che quel calice è il calice del sangue di Cristo, è indubbiamente un disprezzare il Signore stesso e non accogliere la sua parola, perché è la sua parola che ci dice che quel pane che ci viene dato e quel vino che ci viene offerto sono il suo corpo e il suo sangue. Ma Paolo intende anche un’altra cosa: non riconoscere il corpo che è la chiesa.

(…)

Interessarsi alla vita della chiesa è interessarsi al corpo del Signore! Noi dobbiamo interrogarci seriamente, perché si fa presto a pensare che noi andiamo all’eucaristia a posto, tutt’al più se ci siamo confessati prima, riducendo il nostro peccato semplicemente alle colpe quotidiane. No, c’è una questione di discernimento del corpo del Signore: non è solo il pane e il vino il corpo e il sangue del Signore, ma è la chiesa, è la comunità, e poi certamente il povero, il bisognoso, l’ultimo – questo Gesù ce lo ha insegnato – sono corpo del Signore.

Noi dobbiamo chiederci se siamo capaci di discernere il corpo di cui facciamo parte, il corpo comunitario, il corpo di coloro che vivono accanto a noi, il corpo degli ultimi, dei bisognosi, dei peccatori. Noi certamente ripetiamo l’eucaristia, la celebriamo con attenzione e cura, ci esercitiamo alla necessaria ars celebrandi, ma poi non vediamo il corpo reale di Cristo: affamati, prigionieri, nudi, malati, stranieri, perseguitati, dimenticati (cf. Mt 25,31-46). Insomma, peccatori – non dimentichiamo questo – peccatori, in modo diverso sempre bisognosi.

Se Gesù ha detto – lo abbiamo sentito – consegnando il pane: “Il mio corpo è per voi (hypér hymôn)” (1Cor 11,24), noi dovremmo saper dire lo stesso: “Il mio corpo, tutta la mia esistenza è per voi”. Dovremmo dire al fratello: “Il mio corpo, la mia esistenza è per te, perché il mio corpo è la mia vita”. Ecco, è il corpo che è la via di Dio, non ci sono altre di vie né per noi per andare a Dio, né per Dio per venire a noi. E quando dico che il corpo è la via di Dio, intendo il mio corpo, il corpo dell’altro, il corpo che è la chiesa: tutta questa realtà è il corpo di Cristo.

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