La confessione della Chiesa – Dietrich Bonhoeffer


Dietrich Bonhoeffer

Dietrich Bonhoeffer (Photo credit: Wikipedia)

Da Etica, Dietrich Bonhoeffer, 1949 (postumo), pag. 94-98.

Dire che la Chiesa è il luogo del riconoscimento della colpa è […] una tautologia. Se le cose stessero altrimenti, la Chiesa non sarebbe più Chiesa. Oggi la Chiesa è quella comunità di uo­mini che, essendo stata afferrata dalla potenza della grazia di Cristo, riconosce come colpa verso Gesù Cristo non solo il proprio peccato personale, ma anche l’apostasia del mondo oc­cidentale da Cristo, e pertanto ne fa confessione e ne prende su di sé il peso. In lei Gesù realizza la propria figura in que­sto mondo. Perciò soltanto la Chiesa può essere il luogo della rinascita e del rinnovamento personale e collettivo.

Troviamo un segno della presenza vivente di Cristo nel fat­to che vi sono degli uomini i quali riconoscono l’apostasia da Gesù Cristo non soltanto come una realtà di cui constatano la esistenza nel prossimo, ma come un peccato di cui si confessa­no colpevoli. La confessione della propria colpa non si fa gettan­do uno sguardo in tralice sui correi; è rigorosamente esclusiva e prende su di sé tutta la colpa. Dove si calcolano e si soppe­sano le colpe, la sterile morale della propria sufficienza sosti­tuisce la confessione della colpa al cospetto della figura di Cri­sto. La confessione di colpa trae origine non dalle singole mancanze ma dalla figura di Cristo, perciò è incondizionata e incompleta; infatti nulla ci sottomette cosi rigorosamente a Cristo come il fatto che egli ha preso incondizionatamente e totalmente su di sé il nostro peccato, si è dichiarato colpevole della nostra colpa e ce ne ha liberati. Lo sguardo rivolto a que­sta grazia di Cristo permette di non più guardare la colpa al­trui e fa si che l’uomo pieghi le ginocchia dinanzi a Cristo confessando: mea culpa, mea maxima culpa.

Con questa confessione tutta la colpa del mondo ricade sul­la Chiesa, sui cristiani; quando la colpa non è respinta ma con­fessata, la possibilità del perdono si dischiude. Qui, con infini­to stupore dei moralisti, non si cerca chi sia il vero colpevole, non si esige un’espiazione che valga come punizione del mal­vagio e ricompensa del giusto, il malvagio non rimane vinco­lato alla sua malvagità (nel senso del detto dell’Apocalisse: “chi è ingiusto sia ingiusto ancora”, Apoc. 22, 11) ma tutti si addossano l’intera colpa, e ciò non per una qualche eroica de­cisione di sacrificarsi, ma semplicemente perché sono sopraf­fatti dalla propria colpa verso Cristo e in quel momento non possono più pensare a una giustizia retributiva verso i “mag- giori colpevoli” ma soltanto al perdono della loro propria gran­dissima colpa.

Si confessa in primo luogo che il peccato personale del sin­golo è la fonte che avvelena la comunità. Anche il più segre­to peccato individuale insozza e distrugge il Corpo di Cri­sto (1 Cor. 6, 15). La concupiscenza che si cela nelle nostre membra produce assassinio, invidia, liti e guerra (Giac. 4, 1 ss.). Io non posso mettere in pace la mia coscienza dicendo che la mia partecipazione è insignificante: qui non si calcola; devo riconoscere che il mio peccato è colpevole di tutto. Io sono colpevole delle concupiscenze disordinate, sono colpevole di un vile silenzio quando avrei dovuto parlare, sono colpevole di ipocrisia e di insincerità dinanzi al potere, sono colpevole per aver mancato di carità e per aver rinnegato i più poveri fra i miei fratelli, sono colpevole di infedeltà e di apostasia dinan­zi a Cristo. Che cosa v’importa se anche altri sono colpevoli? Qualsiasi peccato altrui lo posso scusare, soltanto il mio pec­cato rimane una colpa che non potrò mai scusare. Non si tratta di una morbosa ed egocentrica distorsione della realtà, ma del­l’essenza di un autentico riconoscimento di colpa, che consi­ste nel non poter più calcolare e discutere ma nell’ammettere il proprio peccato d’Adamo. D’altro lato non ha senso voler di­mostrare l’assurdità di quella confessione osservando che cosi vi sarebbero infiniti individui ciascuno dei quali avrebbe co­scienza di essere colpevole di tutto. Questi diversi individui formano l’io collettivo della Chiesa. In loro e attraverso di loro la Chiesa confessa e riconosce la sua colpa.

La Chiesa confessa di non aver annunciato con sufficiente sincerità e chiarezza l’unico Dio che si è rivelato una volta per sempre in Gesù Cristo e che non tollera altri dèi accanto a sé. Essa confessa la sua pusillanimità, le sue deviazioni, i suoi pericolosi compromessi. Spesso è venuta meno alla sua mis­sione di vigilare e di consolare. Cosi facendo ha sovente rifiu­tato ai reietti e ai disprezzati la misericordia di cui era loro de­bitrice. È stata muta quando avrebbe dovuto gridare, perché il sangue degli innocenti gridava al cielo. Non ha trovato la parola giusta nel modo giusto e al momento giusto. Non ha resistito fino al sangue all’apostasia dalla fede e si è resa colpevole dell’ateismo delle masse.

La Chiesa confessa di aver usato invano il nome di Gesù Cristo perché se ne è vergognata dinanzi al mondo e non si è opposta con sufficiente energia all’abuso che si faceva di quel nome a fini iniqui: ha permesso che il nome di Cristo servis­se a coprire la violenza e l’ingiustizia. Ha persino tollerato sen­za protestare l’aperto scherno rivolto al più santo dei nomi rendendosi cosi colpevole di favoreggiamento. La Chiesa ri­conosce che Dio non lascerà impunito chi usa invano il suo nome, come essa ha fatto.

La Chiesa si riconosce colpevole per la perdita della festi­vità settimanale, per-l’abbandono del culto, per il disprezzo del riposo domenicale. Si è resa responsabile dell’irrequietezza e dell’inquietudine generale ma anche dello sfruttamento delle forze lavorative oltre il limite dei giorni feriali perché la sua predicazione di Gesù Cristo è stata debole e il suo culto scialbo.

La Chiesa confessa di essere responsabile del crollo della autorità dei genitori. La Chiesa non si è opposta al disprezzo della vecchiaia e all’idolatria della giovinezza perché ha avuto paura di perdere la gioventù e quindi il futuro, come se il suo futuro dipendesse dalla gioventù! Non ha osato proclamare la divina dignità dei genitori contro una gioventù ribelle, e ha compiuto il tentativo molto mondano di “farsi giovane con i giovani”. Perciò si è resa colpevole della rovina di innumere­voli famiglie, del tradimento dei figli verso i genitori, dell’au- toidolatria della gioventù e quindi di aver abbandonato i gio­vani lasciando che rinnegassero Cristo.

La Chiesa confessa di aver visto l’uso arbitrario della for­za brutale, di aver osservato la sofferenza fisica e morale di innumerevoli innocenti, l’oppressione, l’odio, l’assassinio, sen­za elevare la sua voce e senza trovare il modo di correre al soccorso. Si è resa colpevole della morte dei più deboli e indi­fesi tra i fratelli di Gesù Cristo.

La Chiesa confessa di non aver saputo pronunziare nes­suna parola di orientamento e di aiuto dinanzi alla dissoluzio­ne di qualsiasi ordine nei rapporti fra i sessi. Non ha saputo opporre una valida e decisa resistenza al disprezzo della ca­stità e alla proclamazione di una sfrenata licenza sessuale. Non ha saputo far altro che esprimere un’occasionale indignazione morale. Si è perciò resa colpevole nei riguardi della purezza e della salute della gioventù. Non è stata capace di proclamare con forza che il nostro corpo appartiene al Corpo di Gesù Cristo.

La Chiesa confessa di aver assistito in silenzio alla spolia­zione e allo sfruttamento dei poveri, all’arricchimento e alla corruzione dei potenti.

La Chiesa confessa di essere colpevole verso le innumere­voli persone la cui vita è stata distrutta dalla calunnia, dalle denunzie, dalla diffamazione. Non ha convinto il calunniatore della sua ingiustizia e ha abbandonato il calunniato al suo destino.

La Chiesa confessa di aver desiderato la sicurezza, la tran­quillità, la pace, il possesso e l’onore a cui non aveva diritto, e di aver cosi stimolato anziché limitato le concupiscenze de­gli uomini.

La Chiesa si confessa colpevole verso tutti i Dieci Co­mandamenti e confessa di aver cosi rinnegato Cristo. Essa non ha testimoniato1 della verità di Dio in modo tale che ogni ri­cerca della verità e ogni scienza riconoscesse di avere la pro­pria origine in quella verità; non ha testimoniato della giu­stizia di Dio in modo tale che ogni vera giustizia dovesse cer­care in essa la propria fonte; essa non è stata capace di ren­dere la provvidenza di Dio cosi credibile che ogni attività economica umana ricevesse da lei l’indicazione dei propri com­piti. La Chiesa si è resa colpevole di aver favorito, con il suo silenzio, un minor senso di responsabilità nella condotta, un minor coraggio nella difesa di una causa e una minore dispo­sizione a soffrire per ciò che si sa essere giusto. Si è resa col­pevole della defezione delle autorità da Cristo.

È esagerato tutto ciò? C’è qualche persona assolutamente irreprensibile che voglia alzarsi e dimostrare che la colpa non è della Chiesa ma degli altri? O forse qualche ecclesiastico vor­rebbe respingere queste parole come un grossolano insulto e, arrogandosi la missione di giudicare il mondo, vorrebbe sop­pesare le colpe da attribuire a questo o a quello? La Chiesa non era forse vincolata e impedita da ogni lato? La potenza del mondo non le era forse tutta contraria? Avrebbe mai po­tuto la Chiesa mettere in pericolo la cosa più preziosa, cioè i suoi culti e la sua vita comunitaria, per entrare in lotta con le potenze anticristiane? Questa è la voce dell’incredulità che ve­de nella confessione della colpa non già il ricupero della con­formità con Gesù Cristo che ha portato i peccati del mondo, bensì soltanto una pericolosa degradazione morale. In realtà la libera confessione di colpa non si può fare o tralasciare ad arbitrio; essa è l’irruzione della persona di Gesù Cristo nella Chiesa, e questa l’accetta, o altrimenti cessa di essere la Chiesa di Gesù Cristo. Chi soffoca o corrompe la confessione di colpa della Chiesa commette contro Cristo una colpa irrimediabile.

Con la sua confessione di colpa, la Chiesa non esonera gli uomini dal fare la loro propria confessione, anzi li chiama a entrare nella comunità di coloro che confessano la loro colpa. L’umanità apostata può sussistere dinanzi a Cristo unicamen­te in quanto giudicata da lui. La Chiesa chiama tutti quelli che può raggiungere a sottomettersi a questo giudizio.

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