Il Pellegrino Russo. La confessione che guida all’umiltà l’uomo in­teriore


19th-century_Kiev_Pechersk_Lavra

Pecerskaja Lavra, Kiev

 

Da “Racconti di un pellegrino russo”, introduzione di Cristina Campo, Bompiani, 2013 pag. 166-71.

Al termine della settimana, durante la quale mi ero preparato ai sacramenti, mi venne l’idea di fare una confessione estremamente particolareggiata. Cominciai dunque a ripercorrere con la memoria tut­ta la mia vita, dai tempi della giovinezza, e a ricor­dare per filo e per segno tutti i miei peccati. E per non dimenticarli cominciai a scrivere tutto quanto ricordavo, anche le inezie. Ne riempii un grande foglio.

Venni a sapere che a sette verste da Kiev, nell’eremo di Kitaev (Eremo maschile di Kiev, sul Dnjepr, a dieci verste dalla Pecerskaja Lavra, alla quale era aggregato in un’unica giurisdizione dal 1716), vi era un sacerdote di vita asce­tica, molto saggio e illuminato. Chiunque andasse da lui per aprirgli la propria anima vi trovava un’at­mosfera di tenera compassione e ne tornava alleg­gerito e arricchito di insegnamenti salutari. Mi ral­legrai e corsi subito da lui. Dopo aver conversato e chiesto consigli a questo saggio, gli diedi il mio foglio da esaminare.

Egli lo lesse tutto e poi disse: « Caro fratello, molto di ciò che hai scritto è del tutto futile. Ecco: prima di tutto, non confessare i peccati di cui ti sei già pentito e che già ti sono stati rimessi, quando non siano stati più commessi. Significherebbe non avere fede nel potere del sacramento della penitenza. Poi: non rievocare i tuoi complici nel peccato, ma giudica solo te stesso. In terzo luogo: i santi Padri proibiscono di indugiare sui particolari e le circo­stanze dei propri peccati. Bisogna confessarli in ge­nerale, per evitare che si risvegli la tentazione, in te o nel confessore. Quarto: tu sei venuto per pentirti, ma non ti penti, perché non sai farlo. Il tuo penti­mento è freddo e approssimativo. Quinto: hai se­gnato qui tutte le inezie, ma hai trascurato l’essen­ziale, non hai dichiarato i peccati più gravi. Non ti sei reso conto, e non l’hai annotato, che tu non ami Dio, che detesti il tuo prossimo, che non credi alla Parola di Dio e sei colmo di orgoglio e di ambizione. Questi quattro peccati sono all’origine di tutto il male e di tutta la nostra depravazione spirituale. So­no queste le principali radici che alimentano i ger­mogli di tutte le nostre cadute».

Udite queste parole, mi meravigliai e dissi: « Per­donate, reverendissimo Padre, come potrei non ama­re Dio, nostro Creatore e Signore? In che cosa po­trei credere se non nella santa Parola di Dio, in cui tutto è verità e santità? E se desidero il bene del mio prossimo, come potrei detestarlo? Non ho poi alcun motivo di inorgoglirmi: non ho niente di lodevole, ho solo i miei innumerevoli peccati. E, me­schino e povero come sono, l’ambizione non mi si addice. Certo, se fossi istruito e ricco, sicuramente sarei colpevole di tutto quello che avete detto ».

«Purtroppo, mio caro, hai capito poco di ciò che ti ho detto. Lo afferrerai più in fretta se ti darò questi appunti di cui mi servo anch’io per confes­sarmi. Leggili, e vedrai chiaramente confermato tutto quello che ho detto ».

Il padre mi diede un breve scritto e io cominciai a leggerlo.

La confessione che guida all’umiltà l’uomo in­teriore

Rivolgendo attentamente il mio sguardo su me stesso e osservando il corso della mia vita inte­riore, ho constatato per esperienza che non amo Dio, che non ho amor del prossimo, che non ho fede reli­giosa e che sono pieno di orgoglio e di libidine. Riscontro veramente tutto questo in me dopo un esame accurato dei miei sentimenti e delle mie azioni.

  1. Non amo Dio. Se l’amassi, penserei inin­terrottamente a Lui con cuore lieto, ogni pensiero su Dio mi procurerebbe un immenso godimento. Al contrario, troppo spesso e troppo volentieri penso alle cose della vita, e il pensiero di Dio costituisce per me un arido sforzo. Se lo amassi, la conversa­zione con Lui attraverso l’orazione mi nutrirebbe, mi allieterebbe e mi indurrebbe a una perpetua comu­nione con Lui; mentre, al contrario, non solo non godo dell’orazione, ma nel momento stesso in cui la dico, faccio uno sforzo, lotto di malavoglia, mi lascio infiacchire dalla pigrizia e sono disposto a occuparmi con piacere di qualunque sciocchezza, pur di abbreviare l’orazione o di sospenderla. In vuote occupazioni il mio tempo vola, mentre quando mi occupo di Dio e mi pongo alla sua presenza, ogni ora mi sembra un anno. Chi ama qualcuno vi pensa continuamente, vi pensa tutto il giorno, ha sempre davanti a sé la sua immagine, se ne preoccupa e in qualunque circostanza l’essere amato resterà sempre in cima ai suoi pensieri. Ma io durante il giorno fatico a trovare anche un’ora soltanto per immer­germi profondamente nel pensiero di Dio e infiam­marmi del suo amore, e le altre ventitrè ore le passo a immolare sacrifici agli idoli delle mie passioni. Nel­le conversazioni su frivolezze, su cose degradanti per lo spirito, sono alacre e provo piacere, mentre se ri­fletto su Dio mi trovo arido, annoiato e pigro. Se per caso sono trascinato da altri a una conversazione spirituale, mi sforzo di passare il più presto possibile a un discorso che soddisfi le mie passioni. Ho inesau­ribile curiosità di cose nuove, di affari pubblici e di eventi politici; cerco avidamente di soddisfare il mio amore per la cultura, scientifica o artistica, e di pos­sedere nuovi oggetti. Ma lo studio della legge del Signore, la conoscenza di Dio e della religione, mi lasciano indifferente, non alimentano il mio spirito e non soltanto non le considero occupazioni essen­ziali per un cristiano, ma le vedo come elementi mar­ginali, di cui se mai devo occuparmi solo nel tempo libero, nei momenti di ozio. In breve, se l’amore per Dio si riconosce dall’osservanza dei suoi comanda­menti (“Se mi amate, osservate i miei comanda­menti”, Gv. 14, 15 dice il Signore Gesù Cristo), e io non solo non li osservo ma faccio ben poco sforzo per osser­varli, in verità devo concludere che io non amo Dio… Lo conferma Basilio il Grande, quando dice: “La prova che l’uomo non ama Dio e il suo Cristo è che egli non osserva i suoi comandamenti”.
  2. Non amo il prossimo. Infatti, non solo non saprei risolvermi a dare la mia vita per il mio prossimo (secondo il Vangelo), ma non sacrifico nep­pure la mia felicità, il mio benessere e la mia pace per il bene del mio prossimo. Se io lo amassi come me stesso, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le sue disgrazie mi toccherebbero e la sua fortuna ren­derebbe felice anche me. Invece mi incuriosiscono i racconti sull’infelicità del mio prossimo e non me ne affliggo, anzi resto imperturbato, oppure, ancora peggio, provo una specie di piacere. Invece di na­scondere amorevolmente le cattive azioni di mio fra­tello, le diffondo, giudicandole. Il suo benessere, il suo onore, la sua felicità, dovrebbero allietarmi come se toccassero a me, e invece non suscitano in me alcun sentimento di gioia, come se non mi riguar­dassero affatto. Se mai suscitano in me un senso sot­tile di invidia o di disprezzo.
  3. Non ho fede religiosa nell’immortalità né nel Vangelo. Se io fossi saldamente convinto e credessi senza ombra di dubbio che oltre la tomba c’è la vita eterna e la ricompensa alle azioni terrene, non cesserei un minuto di rifletterci. Il solo pensiero dell’immortalità mi farebbe terrore e condurrei que­sta vita come un viaggiatore di passaggio che si pre­pari a rientrare in patria. Al contrario, io non ci penso neppure all’eternità, e considero la fine di que­sta vita terrena come il limite ultimo della mia esi­stenza. In me cova un segreto pensiero: che cosa c’è dopo la morte? Anche se dico di credere nell’immor­talità lo dico soltanto con la mente, ma il mio cuore è ben lontano da una salda convinzione, come aperta­mente testimoniano le mie azioni e la mia ansia co­stante di soddisfare la vita dei sensi. Se il santo Van­gelo fosse accolto con fede dal mio cuore come la Parola di Dio, io mi dedicherei incessantemente alla sua lettura, lo studierei, ne farei le mie delizie e fisse­rei su di esso tutta la mia devota attenzione. L’im­mensa saggezza, il bene e l’amore che esso contiene, mi conquisterebbero e mi darebbero la gioia di stu­diare la legge di Dio giorno e notte. Mi nutrirei di esso come del pane quotidiano e il mio cuore sarebbe tratto a osservarne i precetti. Nessuna forza terrena riuscirebbe a distrarmene. Ma al contrario, se ascol­to e leggo di tanto in tanto la Parola di Dio, lo fac­cio per necessità o per generico amore di conoscenza, e poiché non mi ci accosto nella più profonda atten­zione, la trovo arida e poco interessante. Non ne ricavo alcun frutto, come dopo una lettura qualun­que e sono sempre disposto a passare a letture se­condarie, in cui trovo maggior piacere e sempre nuo­vi interessi.
  4. Son pieno d’orgoglio e di libidine. Lo con­fermano tutte le mie azioni. Se scorgo qualcosa di buono in me, desidero metterlo in evidenza, o vantarmene davanti agli altri, o compiacermi intima­mente di me stesso. Sebbene all’esterno io faccia mostra d’umiltà, tuttavia attribuisco ogni merito alle mie forze e mi considero superiore agli altri o per lo meno non inferiore. Se noto in me una colpa, mi sforzo di giustificarla, dicendo: “Sono fatto così” o “Non è colpa mia”. Mi arrabbio con coloro che non mi stimano, considerandoli incapaci di apprez­zare la gente. Mi vanto delle mie doti, considero un insulto i miei insuccessi, mi lamento; e godo, invece, delle disgrazie dei miei nemici. Se tendo a qualcosa di buono, ho come meta la lode oppure la voluttà spirituale, o la consolazione terrena. Insomma, fac­cio di me stesso un idolo al quale rendo un culto inin­terrotto, cercando in ogni occasione il piacere dei sensi e il nutrimento alle mie passioni o alla mia libidine.

Tutti questi innumerevoli esempi dimostrano come io sia orgoglioso, adultero, incredulo, privo di amor di Dio e pieno di odio per il mio prossimo. Quale stato può essere più peccaminoso? Meglio la condizione degli spiriti delle tenebre: sebbene essi non amino Dio, detestino l’uomo, vivano e si nutra­no di orgoglio, almeno credono e tremano. Ma io? Può esserci una sorte più terribile di quella che mi attende? E chi meriterà una sentenza più severa di me, per questa mia vita insensata e stolta?

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