L’addio di Benedetto tra teologia e potere. “Il mistero del male” di Giorgio Agamben sulla scelta di Ratzinger di lasciare il soglio pontifico.


L’addio di Benedetto tra teologia e potere

“Il mistero del male” di Giorgio Agamben sulla scelta di Ratzinger di lasciare il soglio pontifico

Papa_Benedetto_XVI

È una ricerca inesausta quella che Giorgio Agamben conduce esplorando i gangli più profondi della cultura e del vivere sociale occidentali, alla scoperta non solo di archetipi culturali che spieghino la struttura del nostro essere, ma di esperienze intellettuali e spirituali che, concretizzatesi ben prima del razionalismo che ha fondato la modernità, sono ancora dense di operatività e producono effetti sensibili. È il caso della riflessione che, nel libro Il mistero del male, Benedetto XVI e la fine dei tempi (Laterza), il filosofo ha condotto ragionando intorno al senso profondo del gesto clamoroso che ha portato, il 10 febbraio scorso, alle dimissioni di papa Ratzinger dal soglio pontificio.

Un gesto che, al di là delle motivazioni contingenti legate alla senile diminuzione delle forze fisiche, Agamben valuta positivamente non solo in quanto esso non è affatto prova di viltà ma, al contrario, «di un coraggio che acquista oggi un senso e un valore esemplari», e soprattutto perché, se letto alla luce della dialettica tra legalità e legittimità (una dialettica le cui origini si confondono con le origini stesse della Chiesa e del rapporto di essa con l’ebraismo e coi gentili), può rivelare una persistente presenza nella riflessione nel corpo della Chiesa della consapevolezza della concezione messianica del tempo che le è propria e senza la quale il senso stesso del suo essere nella storia, nel mistero della storia, finisce col perdere la dimensione escatologica, col degenerare in “economia” del presente e, in ultima analisi, con l’azzerarsi.

È questo il nodo: allorquando questa consapevolezza s’indebolisce, allorquando la Chiesa e, parallelamente ad essa, la società (ma in questo parallelismo evidentemente c’è per il filosofo un nesso che è archetipico e causale), lasciano che siano messe in questione o, banalizzandole, sovrapposte legalità e legittimità, l’esercizio pratico del potere e il principio che lo fonda, le istituzioni sono destinate ad una decadenza inarrestabile.

Ricapitolando i termini di un ragionamento che muove dalla riflessione teologica sul “corpo bipartito del Signore” elaborata da Ticonio Afro nel IV secolo (un teologo a cavallo tra donatismo e ortodossia su cui lungamente si è esercitata la riflessione del giovane Ratzinger) nel Liber regularum ed ancora da Sant’Agostino (che di Ticonio è largamente debitore) e quindi si sviluppa e ritorna, attraverso il pensiero di Dostoevskij e di Ivan Illich, al campo centrale d’indagine relativo alla cosiddetta dottrina del katechon e del misterium iniquitatis di cui parla San Paolo nella Seconda ai Tessalonicesi, Agamben sembra suggerire che è questo il contesto spirituale e teologico in cui va inquadrata e compresa la radicalità testimoniale e, in qualche modo tragica e decisiva, del gesto di Benedetto.

Una radicalità che, per altro, sembra esser stata profondamente colta dal collegio cardinalizio nella scelta, conseguente e felice, di Jorge Mario Bergoglio come successore di Ratzinger.

PAOLO RANDAZZO 23 LUGLIO 2013 STAMPA

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