Se l’uomo perde l’anima nella Bibbia. Marco Vannini.


Josef Váchal: Mystikové a visionáři. Praha: Máša Váchalová 1913

Josef Váchal: Mystikové a visionáři. Praha: Máša Váchalová 1913

“Dio è un ente solo per i peccatori”, scrive Meister Eckhart trattando del peccato di Adamo, che non è uno dei peccati nel comune senso di infrazione al decalogo, ma il peccato, la radice di ogni male, ovvero l’affermazione del proprio essere: è essa, infatti, a produrre di riflesso un Dio-ente-altro. Commentando lo ego sum qui sumdi Esodo 3,14, il passo cruciale in cui Dio svela a Mosè il suo nome, precisa poi che chiamare Dio ente è come chiamare bianco il nero, giacché Dio non è affatto ente bensì spirito, che si rivela allo spirito, quando l’egoità scompare.

È molto significativo come il maestro medievale individui con precisione a livello personale, esistenziale, ciò che la critica contemporanea ha dimostrato a livello sociale, storico. Per la scienza dei nostri giorni la Bibbia è infatti un testo eminentemente politico, e religioso solo in quanto politico: un’epopea leggendaria volta innanzitutto ad affermare l’essere di un popolo, attraverso la creazione di un Dio-ente, con cui si stipula un patto, esemplato sul patto di sottomissione ai sovrani del tempo.

Di questa epopea proprio l’Esodo è il libro chiave, perché l’Egitto è lo sfondo sul quale si è per così dire ritagliata la religione mosaica. Anche se un Mosè storico e un esodo dall’Egitto non sono fatti reali, l’egittologo contemporaneo Jan Assmann ha evidenziato infatti come dietro la figura del Mosè biblico ci sia comunque quella di un Mosè egizio, e soprattutto la rivoluzione monoteista tentata quattordici secoli prima di Cristo dal faraone Amenofi IV, Echnaton, con la sua radicale riforma religiosa, che durò peraltro solo i pochi anni della sua vita e fu poi cancellata dalla casta sacerdotale, che riprese tutto il suo potere. Un fatto su cui aveva posto l’attenzione già Freud, in L’uomo Mosè e la religione monoteista.

Il monoteismo mosaico è stato definito esclusivo in quanto il suo Dio è geloso ed esclude tutti gli altri dèi. Inclusivo era invece il monoteismo dei pagani, persuasi che i propri dèi – in realtà manifestazioni molteplici di un’unica divinità – fossero nomi diversi del dio adorato anche dagli altri popoli. Così in Apuleio, ad esempio, la dea Iside afferma di essere sempre la stessa Dea

Madre, venerata nel mondo con nomi e riti diversi, e per Plutarco gli dèi non sono differenti da popolo a popolo, ma comuni a tutti, come il sole e la luna, espressione diversa di un unico Logos, di un’unica Provvidenza, anche se chiamati con differenti nomi. I pagani ammettevano infatti quella traducibilità dei nomi di Dio (Atena ovvero Minerva, Zeus ovvero Giove, ecc.) che fonda implicitamente la tolleranza, e che la Bibbia respinge invece rigorosamente.

Il monoteismo mosaico è stato perciò definito anche una controreligione, in quanto contrappone non l’unico Dio ai molti dèi, ma il vero Dio ai falsi dèi. È questa contrapposizione, basata appunto sulla “distinzione mosaica” (mosaische Unterscheidung) tra vero e falso, a generare quella divisione tra religioni che ha prodotto e produce violenza infinita. Una violenza che in effetti accompagna tutta la Scrittura, a partire proprio dall’Esodo, in cui Dio comanda il massacro degli adoratori del vitello d’oro, uccidendo “ognuno il proprio fratello, il proprio amico, il proprio parente”, e poi su su, col massacro descritto in Numeri 25, quello dei sacerdoti di Baal ad opera di Elia, fino ai libri profetici, impressionante sequenza di maledizioni verso gli adoratori dei falsi dèi.

Per la storiografia contemporanea, più che di distinzione tra monoteismo e politeismo, frutto di un’ottica posteriore, bisogna parlare dunque di religioni inclusive e esclusive, ove esclusiva è una religione che si basa su una pretesa rivelazione, e dunque su un libro e poi sui suoi sacerdoti –interpreti autorizzati, escludendo come falso tutto ciò che ne sta al di fuori. Religione irrazionale, in quanto presuppone quella petizione di principio – la sua sola rivelazione vera, divina – di cui già Spinoza e Lessing dimostrarono l’assurdità, e che ha in se stessa il germe dell’intolleranza.

La tolleranza e il pensiero religioso liberale nascono invece dall’incontro tra mistica e razionalismo. Alla mistica medievale si deve la scoperta – o, meglio, la riscoperta – di quel “fondo dell’anima”, comunque chiamato, che costituisce la scintilla divina in ogni essere umano. Si ha così la rivalutazione piena degli antichi: per Eckhart “i maestri pagani conobbero la verità prima della rivelazione cristiana”. Certo, i pagani non ebbero la credenza, ma la fede non è affatto credenza, bensì conoscenza dello spirito nello spirito (“chi crede non è figlio di Dio”) ed ebbero la carità, che è l’essenziale, perché Dio è amore e si comunica all’anima “senza mediazione”, tanto da fare una cosa sola con essa.

Il fondo dell’anima non sopporta infatti immagine alcuna, neppure un Dio comunque pensato: non libri, non sacerdoti, non rivelazioni estrinseche: tutto ciò deve assolutamente sparire, in quanto frutto della volontà, dell’egoismo particolare. La mistica medievale insegna infatti a cercare l’universale dell’ umano, e perciò in essa è già implicita quella relativizzazione della Scrittura, vista nelle sue origini e nei suoi fini particolari, che prepara l’approccio filologico dell’Umanesimo.

Tutto ciò viene pienamente alla luce agli inizi dell’età moderna, dopo la violenza di Riforma e Controriforma, nutrita ancora una volta dalla Scrittura. Così per Sebastian Franck – la più grande personalità religiosa del cristianesimo moderno, come la definì Piero Martinetti – , “Dio non distingue tra gli uomini, ma è presente ai greci come ai barbari, e ai turchi, ai signori e ai servi, in quanto essi conservino la luce che è stata impressa in loro e che dona ai loro cuori un lume eterno”. Del resto “la Parola di Dio è libera ed affrancata da ogni elemento del mondo, poiché è Dio stesso, spirito e non lettera, scritta senza penna o carta nelle tavole del cuore”, e ciascuno di noi deve saperla leggere – anzi riscrivere. Così il poeta Angelus Silesius conclude il suo Pellegrino cherubico col distico: “Amico, basta ormai. Se vuoi leggere ancora/ Va’ e diventa tu stesso la Scrittura e l’Essenza”. Dopo l’Illuminismo, ormai agli inizi dell’Ottocento, Schleiermacher – il grande teologo che fu innanzitutto un insigne filologo – può perciò scrivere: “Ha religione non chi crede a una Sacra Scrittura, ma chi non ne ha bisogno, anzi potrebbe farne una egli stesso”.

Non meraviglia dunque che i mistici siano spesso stati condannati dai custodi del Libro: Eckhart dal papa avignonese, Franck dai pastori luterani, Spinoza dalla sinagoga di Amsterdam, ecc.

Ai nostri giorni non è che la cosa sia molto cambiata, anzi. Oggi le religioni danno assoluto primato alla Scrittura, mettendo da parte la filosofia, la ragione – l’universale dell’uomo. La Bibbia viene usata come una grande antologia, scegliendo fior da fiore, prendendo le pagine belle e scartando quelle brutte, proprio come i retori della tarda antichità facevano con la loro mitologia: qualcosa cui non si crede più, ma da cui si può sempre produrre altra letteratura.

Questa mossa di falsità ha il suo effetto generando appunto falsità, ovvero pura retorica, che non fonda nulla e non cambia nulla. Non meraviglia perciò che molti oggi cerchino altrove, magari in Oriente, quella verità che avvertono assente nelle religioni occidentali del Libro, presentato come parola di Dio.

La menzogna più grande è però proprio nel dire: parola di Dio. Si mente non solo perché è parola umana, ma soprattutto perché così si pone in un Dio-ente-altro quella verità, quel bene, quella luce, che è solo se la si è, e non altrove. È una menzogna che facciamo innanzitutto a noi stessi, per esorcizzare il nulla che ogni intelligenza onesta intravede e che fa orrore. Come rileva finemente Simone Weil, questa menzogna, ovvero l’immaginazione, ha il fine preciso di colmare il vuoto, evitare la dolorosa “morte dell’anima”, da cui invece bisogna necessariamente passare per rinascere nello spirito. È ciò che Gesù tenta di spiegare a Nicodemo, nel capitolo terzo del vangelo di Giovanni, ma Nicodemo non riesce a capirlo, nonostante che sia magister in Israel – o forse proprio perché lo è.

E così torniamo ad Eckhart, da cui siamo partiti. Da buon medievale, ha piena fiducia nella Scrittura: ad essa “crede più che a se stesso”. D’altra parte, però – e qui si coglie tutta la portata rivoluzionaria del mistico – dice anche che potremmo fare a meno della Scrittura, perché abbiamo la creatura, giacché “ogni creatura è piena di Dio ed è un Libro”. Il libro che tutti possiamo e dobbiamo leggere è noi stessi, perché è dalla conoscenza di se stesso che nasce la conoscenza di Dio.

Eckhart, contemporaneo di Dante, aveva Scrittura e creatura. Noi , in verità, abbiamo solo questa. Una condizione che può forse scoraggiare qualcuno, ma che ha invece tutto il fascino della libertà.

la Repubblica, 13 agosto 2013

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