Per un’economia del dono. Michel De Certeau.


Non è possibile relegare nel passato, nelle campagne o fra i primitivi i modelli operativi di una cultura popolare. Questi esistono anche nel cuore dei luoghi più avanzati dell’economia contemporanea. È il caso ad esempio del lavoro di straforo. Un comportamento che si diffonde ovunque, anche se i dirigenti di azienda lo puniscono o «chiudono un occhio» per far finta di niente. Accusati di rubare, di sottrarre materiale a proprio vantaggio e di utilizzare le macchine per proprio conto, gli operai che «lavorano di straforo» sottraggono alla fabbrica del tempo (piuttosto che dei beni, poiché utilizzano solo dei residui) in vista di un lavoro libero, creativo e senza profitto. Nei luoghi stessi in cui regna la macchina che devono servire, giocano d’astuzia per il piacere d’inventare prodotti gratuiti destinati soltanto a significare attraverso la loro opera un saper fare proprio e a rispondere con un dispendio a solidarietà di classe o familiari. Il lavoro di straforo reintroduce nello spazio industriale (ovvero nell’ordine presente) le tattiche «popolari» di un tempo o di un altro mondo.” (p. 59).

L’ordine effettivo delle cose è precisamente quello che le tattiche «popolari» aggirano a fini propri, senza illudersi che cambierà così presto. Sfruttato da un potere dominante, o semplicemente negato da un discorso ideologico, quest’ordine viene qui giocato da un’arte. Nell’istituzione da servire, si insinuano così uno stile di scambi sociali, uno stile di invenzioni tecniche e uno stile di resistenza morale, ovvero un’economia del «dono» (atti di generosità a buon rendere) un’estetica dei «trucchi» (ovvero un’arte di escogitare), un’etica della tenacia (coi suoi mille modi di negare la legittimità, il senso o la fatalità dell’ordine costituito). La cultura «popolare» consiste precisamente in questo, non è un oggetto considerato estraneo […].

La suddivisione progressiva dei tempi e dei luoghi, logica disgiuntiva della specializzazione attraverso e per il lavoro, non trova più contropartita sufficiente nei rituali congiuntivi delle comunicazioni di massa. Ma questo fatto non riesce a diventare la nostra legge. È aggirabile attraverso servizi che, «rivaleggiando» con alcuni dei nostri benefattori, offrono loro dei prodotti sottratti ai margini dell’istituzione che divide e gestisce i lavoratori. Questa pratica di aggiramento economico è in realtà il ritorno di un’etica sociopolitica in un sistema economico. E rinvia indubbiamente al potlach di Mauss, gioco di prestazioni volontarie che contano sulla reciprocità e organizzano una rete di scambi sociali basata sull’«obbligo di donare».

[…] La politica del «dono» diviene anche una tattica di aggiramento. E la perdita che era volontaria in un’economia del dono si tramuta in trasgressione nell’economia del profitto, dove appare come un eccesso (lo spreco), una contestazione (il rifiuto del profitto) o un delitto (un attentato contro la proprietà).

Cerchiamo allora di lavorare di straforo dentro un sistema economico le cui regole e gerarchie si riproducono, come sempre, nelle istituzioni scientifiche. Sul terreno della ricerca scientifica (che definisce l’ordine attuale del sapere), con le sue macchine e grazie ai suoi margini residui, possiamo sottrarre del tempo all’istituzione; fabbricare oggetti testuali che significano un’arte e delle solidarietà; dedicarci al gioco dello scambio gratuito, anche se è penalizzato dai nostri superiori e dai nostri colleghi che non si accontentano di «chiudere un occhio»; ricercare connivenze ed escogitare colpi di mano; rispondere con dei regali a dei doni; sovvertire così la legge che, nei laboratori scientifici, mette il lavoro al servizio della macchina e, con la stessa logica, annienta progressivamente l’esigenza di creare e «l’obbligo di donare». Conosco ricercatori abili in quest’arte dell’aggiramento, che è un ritorno dell’etica, del piacere e dell’invenzione nelle istituzioni scientifiche. Senza ricavarne profitto, spesso in perdita, prelevano qualcosa dall’ordine del sapere per imprimervi il segno di un «successo» artistico o incidervi i graffiti dei loro debiti d’onore. Adottare così delle tattiche quotidiane significherebbe praticare un’arte «ordinaria», trovarsi in una situazione comune e fare della scrittura un modo di lavorare di straforo.” (pp. 60-62).

Michel de Certeau L’invenzione del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2001 (ed. or. 1990).

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