“Loro” siamo “noi”.


“Loro” siamo “noi”. L’invenzione del continente maledetto: l’esempio della Casamance.

Sergio Pasini

Immagini: Massimo Golfieri

 

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Achille Mbembe afferma che “non esiste descrizione dell’Africa che non implichi funzioni distruttive e menzognere”, e che “imparare a godere dell’Africa, da uomini e donne completi, [occorre] trovare un modo per vivere ed esistere nell’incertezza, nel caso, nell’irrealtà e persino nell’assurdità”. D’altronde “il rendere L’Altro è inevitabile” dice Olu Oguibe. Nel caso delle popolazioni dell’Africa subsahariana i movimenti migratori, il sistema della cooperazione allo sviluppo, il “charity business” e i media pongono di fronte a noi individui, istituzioni e gruppi sociali, ma cosa sappiamo di loro? Come si formano le rappresentazioni e i discorsi con cui, appunto, rendiamo l’Altro? Quale è il significato reale condiviso di parole come modernizzazione, sviluppo, crescita economica, ma anche intercultura, solidarietà internazionale, cooperazione? E quando “i destini s’intrecciano”, come così spesso accade con il fenomeno migratorio, ma anche con le unioni fra individui come i matrimoni e le nuove forme familiari) che ruolo giocano queste rappresentazioni reciproche? L’Africa continua a vivere una difficoltà ad imporsi come soggetto epistemologico generale. La letteratura e i media riducono spesso l’Africa ad un’area liminare della mondializzazione, una periferia, un luogo dove bisogna “aggiustare” (vedi i Piani di Aggiustamento Strutturale). L’Africa continua ad essere il continente dei “naufraghi dello sviluppo”. Come fa notare Aminata Diaw, c’è in questo modo di presentare l’Africa, l’espressione di un’appropriazione, quella che riguarda uno spazio la cui specificità è quella di essere un luogo dove ci si rifornisce, (prima di schiavi, poi di materie prime, di risorse finanziarie con il servizio del debito e di risorse umane con l’emigrazione e la fuga dei cervelli). Le rappresentazioni del continente africano, a cui spesso siamo sottoposti, sembrano non risentire, dello scenario attuale che è in profondo e radicale cambiamento. Da un lato assistiamo in Africa (ma non solo) la crisi del modello Stato – Nazione che investe gli equilibri geopolitici del sud come del nord del mondo, all’invasione del demagogismo e di un populismo di stampo etno – tribalista, ai fallimenti del progetto sviluppista e della diffusione del capitalismo liberale a profitto di una predazione sistematica delle risorse da parte delle élite a capo degli apparati statalisti e criminalizzati e delle grandi compagnie internazionali. Allo stesso tempo, però, dobbiamo prendere atto della straordinaria flessibilità e vitalità delle strutture familiari ed associative, di un dibattito pubblico che i regimi autoritari non riescono a soffocare, ad una continuativa inventività popolare nell’utilizzo delle risorse economiche, oltre che religiose, ideologiche e sociali. Nell’attuale scenario africano, per cogliere la ricchezza umana nascosta sotto l’invenzione della presunta alterità, occorre sapere riformulare radicalmente il proprio patrimonio culturale per riadattarlo alle condizioni contingenti attraverso un opera di svelamento di tutta una serie di miti, di postulati impliciti e di rappresentazioni erronee su cui si sono costruite le nostre immagini del continente. Uno dei postulati impliciti fondativi che distorce le relazioni nord-sud è la nozione di sviluppo. Definire una regione, o un Paese, come sottosviluppati è un’affermazione satura di senso, di presupposti, di rappresentazioni, sia su quel Paese, sia su che cosa si intenda per sottosviluppo. Quello dello sviluppo/sottosviluppo è un mito su cui si articola l’immagine delle Afriche che, diffusa a livello mediatico, segna profondamente gli immaginari sul continente. La ricchezza e la multiformità della vita e della cultura africana è ridotta alla rappresentazione mediatica della povertà, delle malattie e delle guerre. La rappresentazione delle popolazioni è quella di persone incapaci, immature, bisognose di aiuto. La grande dignità nell’affrontare il dolore che spesso si osserva negli africani ne risulta banalizzata e appiattita. Ci viene restituita l’immagine di un continente senza Storia, sistemi educativi, sistemi sanitari, che occorre quindi importare dell’Occidente, pena la permanenza ai margini della comunità internazionale. Questa categoria di pensiero e la collateralità tra colonialismo, sviluppo e umanitarismo si trovano un esempio paradigmatico nella vicenda storica e umana della Bassa Casamance dove il tema dello sviluppo ha avuto ed ha pesanti ricadute in termini di compatibilità culturale e sull’efficacia reale dei progetti, oltre che nel conflitto che da oltre vent’anni insanguina questa regione. Gli aiuti allo sviluppo, lungi dallo stimolare la mobilitazione di risorse culturali, sociali, politiche ed economiche per rileggere criticamente il campo del tradizionale e stimolare nuove configurazioni sociali, creano un rapporto strutturale di dipendenza di una comunità o di un Paese dall’afflusso di aiuti e assistenza esterna, contribuendo ad alterare o distruggere i sistemi sociali ed economici locali e dando luogo a un sistema di “economia senza produzione”. In effetti in Bassa Casamance le risorse della cooperazione allo sviluppo sono diventate, assieme alle risorse che provengono dalla diaspora dell’emigrazione, di un’importanza strutturale per l’economia della regione. Senza contare che la mancanza di conoscenza da parte degli esperti dello “sviluppo” del contesto conduce spesso al rafforzamento involontario delle élite politiche locali: finanziare queste organizzazioni significa inconsapevolmente accrescere e consolidare un determinato partito politico o un “barone” o “big men” della politica locale e nazionale. Un altro di questi presupposti impliciti è quello della società civile locale o l’illusione della comunità. Gli esperti dello sviluppo hanno la necessità di costruirsi un’immagine coerente dei mondi sociali su cui progettano d’agire: queste realtà hanno bisogno di essere, ai loro occhi, in qualche misura, gestibili, manovrabili, o, come minimo, prevedibili. Si ha quindi la tendenza a reificare il sociale, negando tutte le dimensioni culturali, politiche e/o storiche. Permangono mitologie sulle società non occidentali come quella che Hountondji chiama dell’”unanimità primitiva”, secondo il quale in queste società tutti sono d’accordo con tutti e non esisterebbero credenze individuali, ma solo sistemi di credenze collettive. Negando le dimensioni politiche e storiche, queste costruzioni sulla “tradizione” e la comunità forniscono dei modelli generalizzabili e prevedibili delle società rurali, che sono la base necessaria per ogni azione di sviluppo pianificata. La complessità di questi mondi sociali viene ignorata, così come la complessità delle biografie individuali. Gli individui spariscono nella massa, nei groupement, dentro una comunità indifferenziata, come agenti desocializzati e disincarnati che occorre educare, inquadrare e formare perché possano uscire dalla miseria che li caratterizza. Le logiche assistenziali dell’umanitario portano alle estreme conseguenze le logiche spersonalizzanti della cultura e della medicina occidentale. L’aiuto umanitario si rivolge non alla persona nella sua umanità complessiva, ma al solo “essere sofferente”. Mentre cerca di lenire o estirpare il dolore, contribuisce in realtà alla trasformazione e alla riduzione simbolica dell’essere vivente a puro essere bisognoso. L’ascolto, l’aiuto non riguarda più le persone ma solamente coloro che sono riconosciuti come vittime sofferenti. In altre parole si riconosce l’altro solo nella forma estrema della vittima. Si assiste dunque alla creazione di un “ordine vittimale”. La relazione che viene messa in gioco è in realtà un rapporto di tipo funzionale e non una relazione umana vera e propria. I soggetti cui dovrebbe essere rivolta l’azione umanitaria, non hanno voce in capitolo. Non è previsto l’ascolto, il confronto, il conflitto, lo scambio, ovvero tutto ciò che può rendere accettabile e dignitoso per una persona il ricevere aiuto da un’altra persona. In Bassa Casamance non esiste un’entità sociale che corrisponda a quelle della società civile occidentale. La duplice condizione, per certi versi contraddittoria, di ostinato individualismo e di assoluto rispetto delle regole politico-religiose che stanno alla base dell’idea del Diritto consuetudinario, cioè “marane mata lisituba” « les manières de faire e de se comporter, du temps des pères et des ancêtres » della realtà Diola, il gruppo sociale culturalmente egemone nella regione, si traduce, in ogni associazione od organizzazione, in deleghe rappresentative effimere, evenemenziali, strettamente legate al ruolo di cui ricevono la delega di gestione. I responsabili si limitano ad esercitare un potere limitato e situazionale, di cui, una volta esaurita la finalità dell’associazione, non rimane traccia di legittimità. Per questo operare in questa regione ignorando come si forma l’ethos infracomunitario e come si legittima l’autorità religiosa e spirituale trasforma gli interventi esterni in operazioni ambigue di carattere postcoloniale. Ignorando l’individualità dei soggetti con cui si pretende di operare, la loro identità, la loro storia, i loro legami, le loro ragioni, le loro esperienze, i loro punti di vista, i loro saperi e le loro risorse, l’aiuto allo sviluppo segna nei fatti una regressione verso le pratiche dell’amministrazione coloniale, quando si riduceva la distanza culturale a distanza evolutiva, e si considerava le popolazioni locali come bambini ancora non sviluppati, bisognosi di cure e di ammaestramento. Da questa prospettiva si comprende pienamente quanto l’idea dell’Africa con cui ci confrontiamo svolga la funzione di valvola di sfogo delle angosce esistenziali e morali l’Occidente. Lo slancio umanitario è l’altra faccia della perdita di senso che sta divorando delle società occidentali. Omettendo di denunciare il senso di mancanza da cui trae origine per tante persone il bisogno di esperienze forti lontane dal proprio ambiente quotidiano, o il bisogno di impegnarsi in donazioni per persone che non si sono mai incontrate, l’umanitario allontana anche la possibilità di interrogarsi criticamente sul vuoto di senso e sull’insoddisfazione dei cittadini delle moderne società occidentali. Si presenta nella forma di una risposta semplice (e semplicistica) a un problema complesso. Rispetto al raffinato processo di territorializzazione, cioè l’insieme delle procedure simboliche e materiali per mezzo delle quali i gruppi umani addomesticano la natura, delle persone che vivono questa regione, in Europa e in Italia, si è provveduto alla vera e propria invenzione di una presunta alterità in modo da ridurre un tessuto, politico, economico, sociale e simbolico specifico ad un vero e proprio “buco nero” della modernità, archetipo di sottosviluppo, ignoranza, guerre e malattie. Partendo da questa regione paradigmatica, teatro di un conflitto armato che vede opposti, come spesso succede in Africa un nord più ricco, in questo caso musulmano, e un sud povero legato alle Religioni tradizionali locali, auspichiamo che possa iniziare un ripensamento radicale delle relazioni nord-sud all’insegna di una relazione fra pari, di sussidiarietà e reciprocità. L’Africa non ha bisogno di sostegno progettuale o di ingerenze umanitarie che prolunghino la sua agonia, permettendole esclusivamente di sopravvivere. Per aiutare l’Africa non è necessario essere animati da un sentimento altruistico che spinge a dare incondizionatamente, ma sempre con il rischio di affermare la nostra pretesa superiorità. Si tratta piuttosto di portare avanti un’azione di sensibilizzazione al Nord che ci permetta di cambiare i nostri modelli di vita, le cui ricadute al Sud sono devastanti. In altre parole, solo autolimitando le nostre società opulente e riorientando radicalmente i nostri stili di vita in Europa, possiamo sostenere l’Africa. Invece di esportare il nostro immaginario materialistico economicistico e tecnicistico, si tratterebbe di cominciare a decolonizzarlo, elaborando nuovi parametri di ricchezza e riconoscendo altre priorità per l’umano. Per questo l’Africa non ha bisogno della nostra sollecitudine interessata ma piuttosto di fiducia, di dignità e di riconoscimento. D’altronde, se si vuole aiutare qualcuno bisogna cominciare con l’avere qualcosa da chiedergli e non solo qualcosa da offrirgli. Solo chiedendo all’Africa di aiutarci a risolvere i nostri problemi dimostriamo di riconoscerla davvero come partner.

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