Christos Yannaras, IL «SENSO» DELLA SALVEZZA NELLE RELIGIONI


IL «SENSO» DELLA SALVEZZA NELLE RELIGIONI

Che cosa intendiamo oggi con il termine salvezza! Ritengo che si intenda il salvarsi da un pericolo, il mettersi al sicuro da una minaccia. Così anche la salvezza che annunciano le religioni la identifichiamo con il salvataggio dell’individuo, della nostra esistenza individuale, dalle minacce e dalle sciagure naturali (malattia, sofferenza, disgrazie, calamità), con l’eterna rassicurazione di felicità anche dopo la morte.

Nella lingua greca, che è stata anche la prima lingua nella quale si sia espressa l’esperienza della Chiesa cristiana, il sostantivo «acoTrjpìa» è derivato dal verbo acófa-crcóCofiai che significa: divento «acooc;», integro, intero, giungo alla pienezza e al compimento delle mie possibilità esistenziali. E qual’è questo compimento ? Per la testimonianza dell’esperienza ecclesiale è l’esistenza libera da ogni necessità: che io esista, cioè, non perché sono il prodotto della necessità della perpetuazione della natura, ma perché liberamente voglio esistere, e che la mia libertà non sia semplicemente un fatto della volontà, ma sia il modo (tropos) per esistere, il modo per ipostatizzare, per dare ipostasi (realtà esistente) alla mia esistenza come libertà di amore, per esistere perché amo.

L’accezione della salvezza come salvataggio e rassicurazione dell’individuo dalle sciagure e dai rischi provoca (o obbliga) le religioni a formulare una qualche spiegazione «ontologica» della salvezza, una giustificazione del modo con il quale si compie il salvataggio-rassicurazione. Alcune religioni sono pienamente indifferenti riguardo a una simile giustificazione: assumono l’elemento trascendente come ovviamente «onnipotente»; sono religioni senza metafisica, si limitano a ovvie ammissioni dell’inspiegato, guardano soltanto al soddisfacimento del bisogno istintivo che l’individuo ha di una rassicurazione psicologica.

Altre religioni si rifugiano in «idoli intellettuali»: fanno un idolo della comprensione intellettuale escludendo una verifica esperienziale. La comprensione intellettuale può avere basi di retta “sillogistica”, può (o non può) basarsi sull’adozione di «principi» e «assiomi» a priori, cioè su «dogmi», oppure su criteri dì una «verifica» psicologica o semplicemente di utilità (De utilitate credendi è il titolo di un libro di Agostino).
Specialmente per l’estensione dell’esistenza anche dopo la morte (la «salvezza dalla morte») le religioni usano di regola il linguaggio delle rappresentazioni e delle esperienze della realtà sensibile rendendo scandalosamente non razionale il riferimento metafisico: si suppone che al-di-là-della-natura siano tolte le necessità (le condizioni- delimitazioni) della natura (spazio, tempo, causalità, il casuale, il probabile, la coincidenza); di conseguenza l’estensione delle condizioni della natura alla realtà meta-fisica invalida ogni realismo della speranza religiosa della salvezza.

L’accezione della salvezza come «realizzazione» dell’esistenza «acòac;»-intera-integra, della pienezza delle possibilità esistenziali, configura una coerente (secondo i criteri della logica comunicabile) proposta ontologica di interpretazione dell’esistente, una proposta di «senso» (causa e scopo) dell’esistente.

La proposta prende avvio da una deposizione esperienziale storicamente testimoniata: «Quello che abbiamo visto, quello che abbiamo udito, quello che le nostre mani hanno toccato, questo annunciamo a voi» (1 Gv 1,1). Alcuni testimoniano (attestano) quello che hanno visto con i loro occhi, che hanno udito, che hanno toccato: un’esistenza umana che «ha mostrato» con molti «segni TeKunptou;»: con molte prove [At 1.3]) che esiste libero dalle necessità (le delimitazioni esistenziali) della natura umana. Questa esistenza determinata e storicamente tangibile manifesta-rivela (con una manifestazione esperienzialmente verificabile) la definizione (cioè la realtà esistenziale) del Principio causale dell’esistere.

Causa dell’esistenza non è un qualche «Ente Supremo-Dio», predeterminato dalla sua essenza-natura ad essere quel che è. No. Principio dell’esistente non è una qualche necessità logicamente data ma la libertà: qualcuno che esiste perché vuole esistere e vuole esistere perché ama (l’amore è il pleroma della libertà). E nel suo caso l’amore (ayaTun) non è un fatto della volontà, una virtù, un elemento del comportamento, è il modo della sua esistenza: esiste perché è il Padre, perché per amore (épcoia) e-statico «genera» il Figlio e «fa procedere» lo Spirito. Nel linguaggio umano la parola «divinità» dichiara una data predeterminazione, una necessità. La «Paternità» dichiara scelta, volontà senza vincoli, libertà.

Libero da ogni predeterminazione di natura o di essenza Colui che è causa di tutte le cose può esistere libero anche nel modo (nella natura) degli uomini libero dalle delimitazioni di essa: risorge dai morti. Dona all’uomo la libertà dal modo dell’esistenza creata e la libera attuazione di questo dono è ancora un modo: il modo della Chiesa, l’esistenza come partecipazione ad una comunione amorosa dell’esistenza, una comunione che compone le esistenze che ne partecipano in un unico corpo vivente.

Salvezza è il modo della Chiesa, l’esercizio di rinuncia ad ogni elemento di individualità egotista: l’uomo esistente perché liberamente vuole esistere e vuole esistere solo perché ama. «Ci salviamo» non per le nostre virtù individuali, per i nostri meriti, per le nostre opere buone, ma perché l’amore del corpo ecclesiale ci abbraccia, ci innesta nell’«ulivo buono» [(Rm 11,24)] della vita, nell’esistenza integra, intera, di comunione.

Tutto quanto abbiamo detto, se lo comprendiamo, lo accettiamo, ci commuove, ma non significa che lo conosciamo. La conoscenza è donata solo dalla partecipazione esperienziale: una conoscenza che continuamente «si perfeziona» senza mai giungere a termine. Come ogni vero amore.

Penso umilmente che se fosse possibile e venisse convocato oggi un concilio davvero «ecumenico» delle chiese cristiane, tutti i problemi di contese, differenze, eresie, -deviazioni che confermano la definizione della Chiesa come «campo» seminato con grano ma anche con zizzania – tutti i problemi di chiarimento e testimonianza del vangelo potrebbero riassumersi in una sola domanda: La salvezza è una prodezza individuale o un evento ecclesiale ? Ovvero lo stesso con altre parole: quale la differenza tra l’evento della Chiesa e il fenomeno della religione?

Christos Yannaras (trad. dal greco di Basilio Petrà)

da http://www.chiesadimilano.it/cmlink/cccm/articoli/christos-yannaras-il-suo-libro-provoca-e-fa-discutere-1.77764

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