La teologia degli animali non è una stravaganza. Aldo Maria Valli.


Aldo Maria Valli. 3 NOVEMBRE 2013

Il teologo Paolo De Benedetti ribadisce, nel suo ultimo libro, che il creato vivente è il prossimo

Paolo De Benedetti, teologo e biblista, classe 1927, parla volentieri degli animali e li fa anche vedere. A volte, quando tiene conferenze, mostra alle persone alcune foto con animali, per dimostrare quanta dignità e dolcezza c’è in questi amici che vivono accanto a noi. Per lui tutto il creato, e in particolare il creato vivente, è il prossimo, è il mio prossimo. Quindi l’indifferenza e la trascuratezza verso i viventi sono letteralmente blasfemi, perché costituiscono la negazione e il disprezzo del bisogno stesso di Dio di avere un prossimo.

Nella Genesi, secondo De Benedetti, questo progetto si vede bene, quindi “una teologia degli animali” non è una stravaganza né un lusso, ma può essere uno strumento di conversione verso il rispetto di ogni vita. “Animale” vuol dire “che ha l’anima”. Lo si dice anche in ebraico. L’avere un’anima accomuna, secondo il teologo, accomuna quindi tutti i viventi e tutti li avvicina a Dio creatore.

Sono le tesi che De Benedetti sostiene da tempo e che di nuovo ribadisce in un libro prezioso, In paradiso ad attenderci (Edizioni Sonda, 144 pagine, 14 euro) nel quale ricorda le parole di Sergio Quinzio: «Guardate gli occhi di un cane che muore e vergognatevi della vostra presuntuosa filosofia». Il problema non è se gli animali possono ragionare, ma se possono soffrire. Nell’Odissea nel canto XVII si racconta del vecchio cane Argo, che giaceva là trascurato, pieno di zecche, ma che, resosi conto del ritorno di Ulisse, mosse la coda e drizzò le orecchie, anche se non poteva alzarsi sulle zampe. Argo così poté morire, contento di aver rivisto il padrone. Una pagina che De Benedetti definisce sublime e che andrebbe meditata anche da un punto di vista religioso. Lo dovrebbe fare soprattutto la Chiesa cattolica che, con pochissime eccezioni (la più grande, san Francesco) ha sempre colpevolmente trascurato gli animali, in base a un «delirio antropocentrico» (espressione di Karl Barth) che ha legittimato inenarrabili violenze e crudeltà verso gli animali.

Il dominio dell’uomo sugli animali, di cui si parla nella Bibbia, non è violento. È lo stesso dominio con cui Dio domina l’uomo: un dominio buono verso la creatura. Ecco perché la violenza e la sofferenza procurate agli animali costituiscono un problema teologico. Al quale va dato risposta. Una risposta che, secondo De Benedetti, sta nella certezza che tutto ciò che ha avuto vita risorgerà. Tutto, anche gli animali. Se gli animali non risorgessero, vorrebbe dire che la morte, nel loro caso, ha avuto il sopravvento, ma Dio questo non lo può consentire.

La tesi, come si può immaginare, fa discutere. Risorgeranno anche pulci e zanzare? Quando glielo chiedono, De Benedetti risponde così: «Se la vedrà Dio». Ma, al di là dei particolari “tecnici”, quando De Benedetti chiede che l’uomo guardi agli animali come Dio guarda agli uomini, lancia un messaggio sul quale vale la pena di meditare. Come scrive Vito Mancuso nella prefazione al libro, interrogarsi sull’anima degli animali fa bene. Infatti «Noi non abbiamo l’anima. L’anima non è una cosa che si possiede, o che viene da fuori. Noi, semmai, ed è questa l’espressione giusta, siamo un’anima».

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