Charles Peguy. “Abbiamo conosciuto un onore del lavoro”


I-Ch-Peguy-1024x849

da Il Denaro, Cahiers de la Quinzaine, Paris 1913

Abbiamo conosciuto un tempo in cui quando una brava donna diceva una parola, a parlare erano proprio la sua razza, la sua natura; era il suo popolo che si manifestava. E quando un operaio accendeva una sigaretta, ciò che stava per dirti non erano le parole stampate da un giornalista su un quotidiano di quel mattino. I liberi pensatori di quei tempi erano più cristiani dei fedeli di oggi. Lo si creda o no, noi siamo stati allevati nel seno di un popolo allegro. Lo si creda o no, fa lo stesso, abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare. Abbiamo conosciuto operai che, al risveglio, pensavano solo al lavoro.

Si alzavano la mattina – e a quale ora – cantando all’idea di andare al lavoro. E cantavano alle undici, quando si preparavano a mangiare la loro minestra. Nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro essere. E la ragione stessa della loro vita. Vi era un onore incredibile del lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più cristiano, il solo forse che possa rimanere in piedi. Per questo ho potuto dire come esempio che un libero pensatore di allora era più cristiano di un devoto dei nostri giorni. Un devoto dei nostri giorni è difatti necessariamente un borghese. E oggi tutti sono borghesi, tutto il mondo è oggi borghese. Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò che accade, anche se magari dicono di diventare socialisti.

Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel Medio Evo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto nell’intimo. Abbiamo conosciuto l’accuratezza spinta sino alla perfezione, compatta nell’insieme, compatta nel più minuto dettaglio. Abbiamo conosciuto questo culto del lavoro ben fatto perseguito e coltivato sino allo scrupolo estremo. Ho veduto, durante tutta la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali. Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.

Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto. …..

Ogni cosa, dal risveglio, era un ritmo e un rito e una cerimonia. Ogni fatto era un avvenimento; consacrato. Ogni cosa era una tradizione, un insegnamento; tutte le cose avevano un loro rapporto interiore, costituivano la più santa abitudine. Tutto era un elevarsi, interiore, e un pregare, tutto il giorno: il sonno e la veglia, il lavoro e il misurato riposo, il letto e la tavola, la minestra e il manzo, la casa e il giardino, la porta e la strada, il cortile e la scala, e le scodelle sul desco. Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene. A tal punto il lavoro era una preghiera. E la fabbrica un oratorio.

Ai miei tempi tutti cantavano. Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava. Oggi si protesta. A quei tempi non si guadagnava quasi nulla. Eppure tutti mangiavano. C’era, anche nelle case più umili, una specie di benessere di cui si è perduto il ricordo. Non si facevano conti. Ma si potevano crescere i figli.  Un operaio di quei tempi non conosceva il significato della parola raccomandazione. E poi tutti i bei sentimenti aggiunti e connessi. Rispetto dei vecchi, dei genitori, dei parenti. Un meraviglioso rispetto dei figli. Naturalmente, il rispetto della donna. I nostri vecchi non potevano immaginare questo meccanismo economico del mondo moderno nel quale anno dopo anno ci sentiamo sempre più strozzati.

[Il partito], intellettuale e burocratico, [ è divenuto il] più grottesco sistema metafisico che si sia mai visto al mondo, uno dei più terribili sistemi d’oppressione delle coscienze, [un socialismo degenerato] in esasperazione degli istinti borghesi nel mondo operaio. Tutto il male è venuto dalla borghesia (…). Si è messa a trattare il lavoro dell’uomo come un valore di borsa e il lavoratore si è messo, lui pure, a trattare come un valore di borsa il proprio stesso lavoro. [E’] il tempo della povertà di cuore, del bisogno, della sterilità, della mancanza di attenzione.

Annunci