Una teologia per i rifiuti. Roberto Righetto.


Quanti autori, spesso più scrittori che filosofi, si sono affacciati, o meglio si sono sforzati di penetrare e capire le contraddizioni del ’900, dall’Angelo della storia di Klee alle rovine di Eliot alle pesti di Camus. Poco prima di morire Simone Weil si diceva pronta a fare spazio a Dio, «il quale si serve di qualsiasi cosa perché pratica il recupero degli scarti». Proprio al tema degli scarti e dei rifiuti della storia dedica un saggio intenso Gianluca Cuozzo, docente di Filosofia teoretica all’Università di Torino, da poco uscito da Moretti & Vitali col titolo Filosofia delle cose ultime (pagine 184, euro 17,00).

Partirei da una frase che lei cita di Bauman: “I raccoglitori di immondizie sono gli eroi non celebrati della modernità”. Il nostro orizzonte è davvero quello di un mondo sopraffatto dalle proprie scorie?

«La nostra civiltà è caratterizzata da vistosi fallimenti, i quali si traducono in scorie di vario genere: innanzitutto oggettuali, come l’immondo pattume al centro delle considerazioni di Bauman e Saviano; poi anche naturali, nel senso di quei resti osceni di natura, logorata e inquinata, a cui l’uomo riduce la Terra a seguito delle sue attività produttive; ma anche morali e culturali, se è vero che l’Italia, per fare un esempio, è tra gli ultimi paesi al mondo nella promozione della cultura e nella tutela del patrimonio storico-artistico; e, non in ultimo, umane: è sempre più evidente come la globalizzazione sia all’origine di un processo di accumulazione dei capitali, da un lato, e di marginalizzazione cruenta dei poveri, dall’altro. Facendo anche riferimento ad alcuni scrittori contemporanei (penso a Paul Auster e a Don DeLillo), tutto ciò mi ha spinto a un’indagine filosofica del concetto di “resto” e di “residuale”: la nostra è una società che produce esclusione e rifiuti di ogni tipo, oggettuali e spirituali. Oggi siamo circondati dalle scorie dei nostri progetti d’ordine e di benessere: Wall-E, il robottino dell’omonimo film d’animazione che accumula rifiuti su rifiuti in un mondo devastato, è il simbolo del presente. Qualcosa di decisivo è sfuggito alla pretesa marcia trionfale verso la realizzazione della società ipertecnologica e governata dall’economia finanziaria. La mia è una disamina pessimistica ma non rinunciataria. Lo stesso Wall-E, che raccoglie oggetti desueti e abbandonati, è il simbolo di questa conversione del lutto nella speranza: un mondo altro è ancora possibile, e proprio a partire dalle scorie di ciò che resta».

Anche papa Francesco insiste molto nei suoi interventi sulla “cultura dello scarto” che caratterizza la società contemporanea. Lei stesso, nella sua analisi, non sembra però trascurare la possibilità di una redenzione, fra utopia e salvezza. Dove la si può intravvedere?

«Papa Francesco, nel suo essere – mi perdoni l’espressione – “diversamente Papa”, ha richiamato l’attenzione su un tema decisivo: la nostra è una cultura dello scarto. È una società mediatica e “vetrinizzata”, sempre più simile a una riedizione tecnologica del Paese di Bengodi, e si fonda su una strategia dell’esclusione e della reificazione. Come uscire da questa situazione?

Oggi, i grandi progetti utopici sembrano del tutto inadeguati. Pensare a una via salvifica deve far riferimento a qualcosa di diverso. Credo che sia proprio lo scarto a suggerire quest’alternativa: pensare fino in fondo al residuale, con un atteggiamento fatto di pietà e di contemplazione devota, ci conduce a far tesoro delle nostre più intime aspirazioni alla felicità, andando ben oltre il concetto di benessere invalso. I resti, in definitiva, testimoniano dell’inadempiuto: di tutto ciò in cui abbiamo sperato, e che ancora giace sepolto – come un seme prezioso e pronto a germogliare – sotto le scorie prodotte dai nostri reiterati fallimenti. Vi è come richiamo biblico in questo pensiero: “Gli ultimi saranno i primi” (Mt 20,16). Occorre riaccendere il potenziale salvifico racchiuso negli scarti, prima che il mondo si trasformi nel “cimitero delle occasioni sprecate”, come dice ancora Bauman».

Sulla scia di Löwith e tanti altri, lei critica l’ideologia del progresso, che del resto la lunga scia di orrori del ’900 ha messo fortemente in dubbio. Ma è una categoria proprio da dimenticare? Non c’è bisogno di riscoprire una filosofia della storia?

«Sì, occorre impegnarsi a ideare una nuova filosofia della storia, senza di cui l’uomo è sprovvisto di ogni bussola per orientarsi tra i flutti dell’accadere storico. Solo che questa filosofia deve essere ben altra cosa dalla credenza nel progresso. Soprattutto, la nuova filosofia della storia deve essere al contempo una nuova filosofia della natura: una natura che oggi è piccola e brutta, ma che in fondo continua a essere il presupposto del nostro esistere. Va riscoperto il concetto di limite – a ben vedere, una delle nozioni meno frequentate dalla nostra civiltà dei resti e dello spreco. Vi è un limite a tutto: all’economia, che produce ricchezza in un contesto di risorse finito; alla tecnica, che non può e non deve sostituirsi ad altre forme di sapere tradizionali (come la filosofia e la teologia); ai consumi, che si fondano su un principio di insoddisfazione cronica tale da ingenerare frustrazione; infine, alla fiction mediatica in cui siamo immersi. Il filosofo della storia dovrà iniziare la riflessione da questo “cafarnao” degli scarti: questi dovrà raccattare, per citare Baudelaire, “come un avaro un tesoro, le immondizie […] rimasticate dalla divinità dell’Industria”, con la speranza che essi diventino il fondamento di una società più giusta».

Lei compie un vasto excursus dalla letteratura al cinema sul tema apocalittico. Quali romanzi e quali film più incarnano la sua prospettiva?

«I due romanzi di Auster e DeLillo, Nel paese delle ultime cose e Underworld. Nel primo due personaggi offrono degli spunti per una riflessione in controtendenza rispetto alla fede nel progresso: Bing Nathan e l’Uomo di Lattina. Bing Nathan è l’ideatore dell’Ospedale delle cose rotte, in cui ci si prende cura di quegli oggetti – vecchie radio a valvole, macchine per scrivere, grammofoni, giocattoli a molla – che sono stati spazzati via dall’economia dell’usa e getta. Suo sogno è di forgiare una nuova realtà sulle rovine di un mondo andato a rotoli. L’Uomo di Lattina appare invece sul finire del romanzo: è un mendicante che vive di ciò che trova nei cassonetti, quasi a testimoniare che tra i rifiuti è ancora possibile intravedere quella terra promessa da sempre desiderata nei nostri consumi di merci e gadget alla moda».

E tra i film?

«Dopo il già citato Wall-E, di cui il recente Elysium  è solo una copia sbiadita, non vorrei dimenticare Blade Runner, che risente ancora di quell’afflato teologico che è tipico dei romanzi del grande narratore statunitense Philip K. Dick. Oltre al mondo dei replicanti, in esso è magistralmente descritta la nostra dipendenza allucinata dal grande spettacolo della finzione – una sorta di riedizione della caverna platonica trasformata in tv, radio e spot promozionali di ogni tipo».

Il libro si intitola “Filosofia delle cose ultime” e non a caso lei inizialmente cita René Girard e le tre forme di apocalisse (distruzione atomica, catastrofe ecologica e manipolazioni genetiche) che lui delinea. Dal punto di vista teologico quali autori sente più affini?

«Non citerò un teologo vero e proprio, bensì un filosofo a me molto caro: Walter Benjamin, per il quale non ci sarà futuro per l’umanità se non saremo in grado di riscoprire, sotto le rovine dei nostri fallimenti, un monito decisivo rispetto ai nostri progetti del presente e dell’immediato futuro. La salvezza, ecco il cuore teologico del pensiero benjaminiano, è l’oggetto di una “memoria profetica”: di fatto, la speranza balena nel momento preciso in cui ci rivolgiamo al passato pronti a cogliere, tra i rottami che la storia scaraventa ai nostri piedi, una chance del tutto nuova per la redenzione».

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/una-teologia-per-i-rifiuti.aspx

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