L’ordine erotico. Galimberti Luise [Calati]


da La visione di un monaco. Il futuro della fede e della Chiesa nel colloquio con Benedetto Calati di Raffaele Luise, Introduzione Umberto Galimberti. Cittadella, Assisi, 2001.

C’è una giusta distanza tra l’uomo e Dio. L’ambivalenza del sacro è un po’ l’immagine primordiale rispetto a quella ridotta ambivalenza che Freud ha segnalato come caratteristica della nostra dimensione emotiva: non si ama solo ma si odia anche, non si è buoni solo ma anche cattivi, non si rispetta solo ma anche si detesta. Il sacro allora non è altro che la rappresentazione in grande di quello che Freud ha descritto in piccolo come inconscio, come struttura dell’ambivalenza del nostro apparato emotivo. Ma l’apparato emotivo non lo si raggiunge con le buone ragioni, e per questo non avevamo bisogno di aspettare Freud. Ce l’aveva raccontato Platone che, dopo avere organizzato l’impianto razionale, si è messo a parlare di erotica per entrare in relazione comprensiva tra uomo e uomo. E allora, che cosa succede? Che siccome il sacro è tremendo, siccome è ambivalente, siccome non mi dà delle regole, siccome mi trova nello sconcerto, siccome lo stesso Jahvé dice a Mosè: tu in faccia non mi puoi vedere ma solo quando me ne sarò andato, e ti dovranno bastare le mie tracce… siccome il sacro è tutta questa roba qua, e non si tratta di un paparino buono, allora o la religione si incarica di tutelare le coscienze, le individualità da questo tremendum che esiste, oppure di fronte a questo tremendum ciascuna persona se la deve vedere singolarmente da sé. Ma l’individuo è troppo debole per reggere le potenze del sacro e il più delle volte soccombe e viene disarmato. E qui non sto pensando solo ai folli, mi posso anche riferire a quel ragazzino che ha ammazzato la sua fidanzatina nel cortile della scuola a Sesto San Giovanni: questo è un evento sacrale, è un gesto che oltrepassa i limiti della razionalità, è un’invasione totale dell’amore-odio, che sono le figure generali del sacro. Non c’è religione dove nel sacro non succedono omicidi, non esplode una sessualità selvaggia, non accade lo sfrenamento di tutto quello che noi oggi chiamiamo pulsioni. I sacerdoti erano coloro che custodivano il recinto del sacro, e questa è la funzione cui devono assolvere continuamente. Ma questo non lo puoi fare con un ordine dottrinale, lo devi fare con un ordine erotico. Qui bisogna usare questa parola. L’erotica non la dobbiamo lasciare solamente in mano ai pornografi. L’erotica è una categoria dello spirito attraverso la quale io non spiego niente ma comprendo tutto. Diceva Jaspers – che ha avuto il merito di aver introdotto questa distinzione tra spiegare e comprendere – che sarebbe un guaio se la psichiatria spiegasse la schizofrenia e poi non fosse capace di parlare con lo schizofrenico. Per parlare con un altro io ho bisogno di macchine comprensive, cioè erotiche, mentre per spiegare le cose posso prescindere dall’erotismo. Oggi ci troviamo in un tempo molto diurno in termini di spiegazione e molto notturno in termini di comprensione e di erotismo.

Luise: Erotismo che poi, al suo grado più alto, quello dell’amore inteso come carità, è espressione di quanto diceva sant’Agostino: «Ama e fa quello che vuoi».

Galimberti: Certo, «ama et fac quod vis», anche perché se uno ama, quello che vuole sono i frutti dell’amore e null’altro.

Luise: Rimaniamo ancora su questo tema. Anche perché il sacro, come torrente di fuoco, torna ad animare in profondità, raggiungendo vertici spirituali di rara bellezza, la fede di questo grande monaco, quando nel bacio – il bacio che si bacia con la bocca, precisa don Benedetto [Calati] – riassume il segreto mistico della vita divina ed umana. «Tutto si spiega con il bacio: la vita trinitaria è un bacio, l’unione ipostatica è un bacio, la vita dell’uomo e della donna sono un bacio». Ma qui il sacro, Galimberti, sembra emanciparsi dal suo aspetto terribile, per rappresentare – per dirla con Jung – soltanto l’aspetto benefico (pur coinvolgendone in qualche modo quel fondo – che lei diceva, indistinto). Come se il sacro si sublimasse in santo, a immagine del Santo per antonomasia che è Dio.

Galimberti: Sì, la figura del bacio è una figura decisiva, nel senso che è l’apice della fusione, più di quanto non lo sia l’orgasmo. Perché l’orgasmo è un esito dove non è necessariamente implicato il volto, mentre nel bacio sono implicati il volto e lo sguardo. Prova provata: le prostitute non baciano, cioè non danno il meglio di sé. Quindi il bacio è l’apice dell’amore, qualcosa di più alto dello stesso orgasmo. Il bacio, inoltre, si esprime attraverso l’organo de­putato alla parola. Io qui ricorderei una bellissima _ frase di Platone nel Convito, dove dice che «Gli amanti che amano stare insieme, non lo fanno esclu­sivamente per il piacere della carne, ma perché han­no cose da dire che non riescono a dire [“me eipein“], e perciò parlano in modo enigmatico e buio». Il bacio è allora il tentativo di oltrepassare l’insufficienza del linguaggio. Parlare non è sufficiente per esprimere quello che ti voglio dire, e al­lora devo fare questa travalicazione dalla parola al corpo – una categoria assolutamente da recuperare la corporeità – e il corpo si incaricherebbe di «dire» quanto la parola non riesce a comunicare. E, anche se si tratta, secondo me, di un tentativo sconfitto, rimane ugualmente importante questa dimensione tensionale di oltrepassamento della parola che non riesce ad attingere i vertici della comunicazione. Questa frase di Platone davvero io la segnerei come emblematica per capire l’incipit dell’erotica.

Luise: E che dire a proposito del sacro che si subli­ma in santo?

Galimberti: Sì, questo è possibile. Però non dimentichiamo che accanto al bacio d’amore esiste anche, simbolicamente, il bacio di Giuda. Cioè, il sacro è tale perché non dimette mai l’ambivalenza. Il santo, invece, declina in una direzione, che è quella della fiducia nell’amore assunto come dimensione positiva. Io al santo non riesco ad accedere perché ho sempre presente che le porte dell’inferno non sono mai definitivamente chiuse, che il tremendum può sempre irrompere spaventosamente. Io guardo il santo ma ho più cura del sacro, nel senso che mi aspetto le sue irruzioni impreviste e devastanti più di quanto invece non sia tranquillo nel percorso di una santità intesa però in chiave erotica, non di una santità ascetica, di una santità consumata, che è quella che poi non differisce dall’anoressia e da tante altre malattie scambiate per sante.

Luise: Ed è proprio questa la santità che ha vissuto Benedetto Calati, che è riuscito a fondere in profondità un’umanità straripante, intensamente mediterranea, di «bastardo greco» con una spiritualità altissima, kenotica.

Galimberti: Sì. La parola kenosi, che ritorna spesso in Calati, m’interessa perché – come sinonimo di svuotamento ma direi anche di crocifissione, di scacco – mi dice che solo se sono sconfitto io posso fare accadere l’amore, non quando sono «pieno». L’amore non è un dono, è un’accoglienza. E allora bisogna muoversi nella dimensione della sconfitta per fare accadere il dono, per fare accadere l’amore. Se io sono pieno posso fare al massimo l’elemosina, ma l’elemosina non ama nessuno, si libera solo di qualcuno. Bisogna incominciare a pensare che l’amore sia innanzitutto accoglienza e non invece donazione.

Luise: Svilupperemo in seguito questo punto centrale anche in Benedetto Calati. Ora vorrei soffermarmi sul fatto che padre Benedetto è stato anche un grande studioso dei Padri e della storia della chiesa. Le suggestioni e le ricchissime affermazioni del suo testamento spirituale poggiano, infatti, sulla grande sapienza teologico-spirituale raggiunta da Calati che, oltre ad essere stato generale dei Camaldolesi per diciotto anni, è stato per molti anni stimatissimo docente universitario. Benedetto non inventa o accoglie supinamente da altri le idee e le suggestioni altissime che gli sono proprie, ma le attinge dentro di sé alla fine di un lungo percorso, travagliato e straordinariamente intenso. E’ fondamentale nel suo pensiero è questa affermazione ripresa da sant’Agostino e da altri Padri, che io trovo particolarmente densa di futuro: «La ragione, che caratterizza intimamente la natura dell’uomo, ha il suo esito, il suo sbocco per così dire naturale nella contemplazione». Ed ecco, infatti, padre Calati risolvere il percorso critico di studioso e di ricercatore spirituale nella kenosi, nella spoliazione che, nell’abisso della sua anima, realizza l’imitazione del Cristo Incarnato. Ed è precisamente per questo che nel monaco sorge, con moto spontaneo e insopprimibile, il bisogno di chiedere al papa di tornare a parlare del Mistero del Dio Trinità, e di scrivere addirittura un’enciclica sul silenzio ineffabile. Un vertice mistico che dovrebbe esserle caro perché le parole nascono dal silenzio o – come lei scrive – dal sacro, «quel sacro che congiunge al divino e il divino avvicina a Dio». «Le religioni però – lei osserva – non hanno mai conosciuto il riserbo del silenzio, ma solo la prevaricazione del dire».

Galimberti: Nel cristianesimo ci sono due atti fondativi: la Crocifissione, che è il momento di kenosi, di svuotamento, di sconfitta, e la Risurrezione, che peraltro avviene in un modo molto modesto e non trionfalistico, e per di più annunciata a figure che sono poi delle donne, che non hanno una grande comparsa nel vangelo. E a riguardo bisogna chiedersi se la Resurrezione non richieda di nuovo una mediazione con il mondo femminile.

Luise: Approfondiremo più avanti, Galimberti, questo punto, particolarmente caro a don Benedetto.

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