LUIGI ORSINI POETA – Matteo Veronesi


orsini

 

«Che io seppi essere solo me stesso, sarà un giorno riconosciuto; e quel giorno un raggio di sole mi terrà compagnia nella tomba». Questo lasciò scritto Luigi Orsini in un appunto edito postumo.

Sembra paradossale parlare di unicità e di originalità a proposito di un autore tipicamente, forse eccessivamente, legato ad una precisa tradizione, quella del classicismo carducciano e del simbolismo pascoliano. Eppure si potrebbe dire che proprio in quell’adesione ad una tradizione ben precisa, ancora legata ad un retroterra ottocentesco, risiedevano la peculiarità, la precisa identità, la provinciale anomalia, dell’autore.

Proprio partendo da un ideale classico, rivisitato attraverso la lente di un estetismo privato di tutte le sue implicazioni edonistiche, amorali e morbose, e ricondotto ad una misura di naturalezza e di bontà intese in senso cristiano, francescano, Orsini volle «comporre un’armonia di arte e di bene intorno a se stesso», come scriveva nel giovanile romanzo autobiografico L’allodola.

L’opera in versi, confluita per la maggior parte nelle due edizioni (1921 e 1931) delle Campane di Ortodonico, è tutta attraversata dalle reminiscenze pascoliane, soprattutto per quanto riguarda gli effetti di suono, limpidi e tintinnanti, e il rapporto con la natura, sempre specchio partecipe ed empatico degli stati d’animo del poeta.

Proprio le campane – quasi emblema sonoro del «tempo della Chiesa», lontano da quello della modernità, e scandito dalle preghiere, dai riti, dalle cerimonie, dai momenti condivisi di gioia o di lutto – convogliano la fusione e il nodo di voce naturale, parola poetica, fenomeno esteriore, risonanza spirituale. Il «chiaro tintinno» delle campane, la «buona parola» che esse gli dissero un giorno, «tinnule e piane», con il loro «duplice accordo» e il loro «placido canto», destando in lui la vena poetica, sembrano animare ed attraversare tutta l’opera del poeta.

Qui il «tinnulo squillo come di campanello» a cui Pascoli paragona la voce del fanciullino – personificazione di una naturalezza e di una spontaneità ormai perdute, di una natura ritrovata, paradossalmente, nell’antico e attraverso l’antico, di una novità e di una freschezza che solo lo sguardo d’aurora dei classici può illusoriamente ricomporre – sembra quasi fondersi con il dantesco «dolce tintinno» dell’arpa celeste, da cui si sprigiona una melodia ammaliante e sublime proprio perché remota e indiscernibile, che rapisce e trasporta anche al di là del preciso significato delle parole, anche «sanza intender l’inno».

Negli ultimi anni, e precisamente con la raccolta postuma Scie, Orsini si accosta, finalmente, al verso libero, e, nel contempo, alla poetica della Parola, isolata nel bianco della pagina, sola nel verso, avvolta di silenzio e di luce, investita e caricata di tutta la sua pregnanza espressiva ed evocativa.

Si colgono, anche in questo libro, esiti di un lirismo purissimo, armonioso, altamente suggestivo: «Parola, / veste del mio pensiero / appena t’ho còlta, / e tu sei già d’una volta. / Fantasmi vani / dell’attimo, / velo / dell’anima: / tremito di betulla, / bàttito d’occhi nel cielo: / nulla». Alle soglie del silenzio, nell’imminenza dell’ultimo viaggio, i tremiti, i fremiti e e vibrazioni della natura divenivano, ormai, fantasmi del nulla, parvenze trascorrenti e prossime a dissolversi.

A noi ora ridestare quel fantasma, far nuovamente risuonare quella voce.

Matteo Veronesi

(testo apparso su “Il Nuovo Diario Messaggero”, 8 novembre 2014, pag. 3)

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