IMOLA E IL SANTERNO: UNA (TIMIDA) IPOTESI ETRUSCA (E FENICIA) SULL’ORIGINE DEI NOMI – Matteo Veronesi


Imola XVII sec

 

 

“La scienza degli etimi è il luna park della filologia”

(Alberto Savinio, Torre di guardia)

Il bell’articolo apparso sul “Nuovo Diario Messaggero” del 2 aprile 2016, nel quale viene esposta la suggestiva teoria (elaborata da Andrea Nanetti e Mario Giberti con il conforto di ricerche sulla storia del territorio) che fa derivare Imola da *Jemola, Santerno da *Uat-re-n-o (nomi legati entrambi all’idea della svolta, della spirale, della torsione, della curva compiute dal corso del fiume), mi induce a rendere nota, dopo molte esitazioni, un’idea non troppo dissimile: ossia che il nome latino del Santerno, Vatrenus o Vaternus, possa essere posto in relazione (per metàtesi, ossia per inversione di suoni o gruppi di suoni) con quello di Vertumnus, il dio etrusco del mutamento, del divenire, ma anche della fertilità e dell’avvicendarsi delle stagioni: dio chiamato anche Voltumnus, forma più vicina a quella etrusca (Voltumna o Veltha). L’oscillazione fra “o” ed “u” è frequente nel latino arcaico.
È Properzio, in una splendida elegia (IV, 2), ad illuminare i sensi celati nel segreto di un nome. Ed esso è associato, fra l’altro, proprio all’idea e all’immagine del fiume che muta o devia il proprio corso: “Vertumnus verso dicor ab amne deus” (“per via del fiume sviato sono detto dio Vertumno”). Ma non solo il corso dell’acqua, anche quello del tempo, che scorre come un fiume nel divenire delle stagioni e degli anni, è segnato da svolte e ritorni, di cui il dio è considerato simbolo (“… seu quia vertentis fructum praecepimus anni, / Vertumni rursus credidit esse sacrum”). Più in generale, però, è all’idea del continuo mutare, dell’assiduo assumere diverse forme, che Vertumno deve il proprio nome. Egli può prendere qualsiasi parvenza, danzante, franto e cangiante come le forme specchiate nell’acqua che fugge: può essere uomo e fanciulla, Apollo e Dioniso.
Ben diverso, più fioco, pigro, limaccioso, il Vatreno apparirà a Marziale: il quale, in un delizioso epigramma (III, 67) risalente al periodo trascorso a Forum Cornelii, parla di fanciulli che giocano “Vaterno Rasinaque pigriores”, “più pigri del Vatreno e della Rasina”, navigando “per vada tarda”, “per lenti guadi” (ed è interessante notare che nei versi di Marziale il gioco fonico, Vaterno-vada tarda, associa il nome del Vaterno/Santerno a “vada”, parola alla cui base sta una radice indoeuropea, *val/*var, non lontana, nella forma e nel suono come nel senso, da quella radice *vat che si troverebbe, secondo l’ipotesi ricordata in apertura, nella formazione di *Uat-re-n-o).
Indubbiamente, a Imola gli Etruschi non sembrano aver lasciato le tracce archeologiche che si trovano altrove; ma sappiamo da Livio (V, 33) che essi si stanziarono in tutta la pianura Padana, creandovi una dodecapoli speculare a quella centro-italiana (“quae trans Padum omnia loca … usque ad Alpes tenuere”). Non è impossibile che, anche nella nostra città, qualcosa sia rimasto, almeno nei nomi dei luoghi.
E, allora, oso spingermi oltre, con una proposta che molto probabilmente non sarà accolta, e che allora andrà presa come una semplice suggestione poetica – sempre meglio di nulla.
Io credo non impossibile che il nome Imola possa racchiudere in sé, o avere ad un dato momento assimilato per via paretimologica, la radice etrusca “mul”, che (nel sostantivo “mulu” e nella forma verbale al perfetto “muluvanice”) vale sia “offerta sacra” che “consacrare” e “dedicare” (e forse da qui, contrariamente all’ipotesi oggi accettata, deriverà il latino “immolare”), preceduta dalla particella locativa i- e seguita dal suffisso -ja, che può indicare tanto il genere femminile quanto l’agente, il portare a compimento. Come detto, l’oscillazione fra “o” ed “u” (qui fra “mul” e “mol”) non è rara nelle forme arcaiche.
Compagna di Vertumno era Pomona, la generosa dea dell’abbondanza, della fertilità, della frutta, dei raccolti: una delle tante manifestazioni della Grande Dea, della Grande Madre, della Madre Terra (Magna mater, Saturnia Tellus, la Potnia venerata in tutte le civiltà mediterranee, forse già dalla preistoria).
Le testimonianze archeologiche mostrano che la Bona Dea*, un’altra delle incarnazioni di questa grande Dea Madre pregreca e preromana, era venerata nel territorio della nostra città fino alle soglie dell’era volgare, e oltre.
I Pelasgi, popolo marittimo fra storia e mito (ma il mito racchiude spesso un nucleo di verità storica), menzionati decine di volte dagli autori antichi, indicano, in generale, tutta una vasta civiltà mediterranea orientale che spazia dalla Fenicia all’Anatolia all’Illirico; con i Pelasgi furono identificati anche gli Etruschi, i Tyrsenoi; l’esistenza di una Porta Ilia indusse, fino all’Ottocento, a favoleggiare di origini Troiane della nostra città (come origini egeo-anatoliche poté del resto avere, anche nella realtà storica, tutta la civiltà etrusco-italica). L’etrusco “mulu” trova un antecedente in numerose forme anatoliche, il cui senso va da pensiero ad offerta, rito, sacrificio.
Sappiamo dalla Geografia di Strabone (V, 2, 8) che la capitale dei Pelasgi era a Pyrgi. Proprio a Pyrgi aveva sede un santuario (che ci ha restituito l’unica, preziosa, iscrizione bilingue, etrusco-fenicia, che coinvolga la lingua dei Rasenna) dedicato alla Dea Madre, Uni per gli Etruschi, Astarte (Astaroth, Ashera) per i Fenici. “Heramve avil eniaca pulumxva”: “si elevino le statue, e si susseguano gli anni, innumeri come le stelle”, si legge fra l’altro nell’iscrizione dedicatoria, che fa riferimento a culti astrali.
Se questo nesso etrusco-fenicio potesse essere confermato, allora riprenderebbe addirittura corpo, sovrapponendovisi o affiancandovisi, una delle più antiche, più erudite ed affascinanti, ma anche più incerte, ipotesi intorno all’origine del nome Imola: quella, cioè, che lo ricondurrebbe ad un Fenicio, semitico, jmn ilah, “il Dio popolerà, renderà feconde, queste terre”.
Ed è suggestivo, per chi crede nella monogenesi delle lingue, pensare (o illudersi) che nel nome della nostra città (in modo fonosimbolico, fonosemantico, se non strettamente etimologico) risuoni una radice quasi universale: se “mulu” è, in etrusco, offerta sacra, una parola quasi identica era, in un’altra lingua apparentemente isolata, ma forse accomunata da una remotissima origine comune, il Sumero, “forma luminosa del Divino”, e insieme legame fra il Divino e l’Umano – e, nelle lingue africane, con un ampliamento in -nt, Muntu è il principio universale dell’essere, la forza vitale, mentre nel pantheon egizio vi è Mntw, vocalizzato in Montu, dio-falco e dio-toro, forse alla base del mito cretese di Radamanto, ordinatore e legislatore – mentre, ancora in etrusco, Munth è dea della Bellezza, personificazione dell’ordine dell’universo – il latino “mundus” –, così come alla radice “mul” potrà essere accostata anche un’altra divinità etrusca, Mlacuχ, una Grazia rapita da Eracle in un mito altrimenti ignoto…
Forse le migrazioni dei popoli mediterranei che, velate e insieme evocate dal mito dei Pelasgi, toccarono la Padania lasciarono anche sullo spazio che avrebbe visto sorgere la nostra città qualche traccia, qualche soffio del senso del sacro, dell’afflato profetico e propiziatorio, che nel tempo delle origini accompagnavano la fondazione delle città, e accompagnarono poi il passaggio dagli antichissimi culti agresti allo spirito della civiltà urbana.
Il perenne fluire della vita, rappresentato dal fiume – e, accanto, l’auspicio della fertilità nella ciclica e feconda immobilità delle stagioni. È, in fondo, ciò che Leonardo, nella sua mappa, fra Tecnica e Arte, mostrò quando accanto alla fissità ariosa e geometrica della forma urbis raffigurò la perpetua, celeste vitalità del fiume che “scherza per la pianura”.
In una selva di lingue ben più vasta e tortuosa di quella in cui ho appena cercato di districarmi, James Joyce, in Finnegans Wake (fra l’altro in uno dei due soli passi di quell’opera delirante e geniale che egli abbia tradotto, o meglio riscritto, in italiano), nominerà il nostro modesto fiume; con un gioco di parole fra la Senna, il Savio, il Santerno, Vado, Vallombrosa – chiarori d’acque e ombre di foreste, nel fluire stordito della lingua e del pensiero.
«Forgivemequick, I’m going! Bubye! And you, pluck your watch, forgetmenot. Your evenlode. So save to jurna’s end! My sights are swimming thicker on me by the shadows to this place. I sow home slowly now by own way, moyvalley way. Towy I too, rathmine» – «Perdonami svelta, vado. Cio. E tu, quell’oriolo non ti scordare. Come ti solgi. Senia e savia va. Nelle nebbie, per a qui ora traveggolo. Vado a piano per il mio santerno di vellembrosa. E io lo stesso, per Monselvata».

Matteo Veronesi

*NdE : vedi anche https://radicimolesi.wordpress.com/2010/08/28/imola-i-love-u-4-la-fu-ora-cementificata-area-sacrale-di-imola/

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