IMOLA GUIDA STORICO ARTISTICA

Carrozza di gala del sec. XVIII (Museo Diocesano)

E’ capitato anche a Voi di tro­varvi in una città di famosa bellezza e di non averla potuta apprezzare come si meritava? Non si trattava di sola fretta. La vostra sensibilità era pur stata vivamente stimolata da mille richiami, ma erano come voci senza nomi. Ci voleva qualcuno che vi orientasse… allora avreste meglio gustato la linea di un palazzo, l’at­mosfera di un tempio, il mes­saggio di un quadro. Ci vo­leva una guida che potenzias­se il vostro connaturato buon gusto, il vostro amore per la cultura e per il bello. Per que­sto abbiamo pensato a una guida che Vi fa­cesse compagnia nelle vostre peregrinazioni [nella nostra mirabile città]. Ed anche, nella quiete della vostra casa, sapesse resusci­tare immagini non spente nel­l’oblio e far risuonare le vi­brazioni dei ricordi… La presente guida non vuole essere un trattato di storia o di storia dell’arte e neppure un annuario indicatore : nel­l’esattezza dei dati, esposti in forma semplice e chiara, essa si prefigge di presentare al visitatore ciò che Imola ha avuto nei secoli ed ha oggi di più interessante, limitandosi, per la parte artistica, ai monumenti e alle opere più insigni.

IMOLA PORTA DELLA ROMAGNA SULLA VIA EMILIA, A METÀ STRADA TRA BOLOGNA E FORLÌ

« Et così rimase la città nelle mani di Galeazzo, che la diede in dota a Caterina sua figliuola naturale, maritandola al Conte Gieronimo Riario nepote di Sisto Papa quarto. La fece molto bella di edifici questo signore, et tanto la ristorò et fece bella, che era reputata la più bella città di Romagna». F. Leandro Alberti

All’ospite

Imola che per la sua antichità e per la sua posizione sulla via Emilia, da millenni percorsa da viaggiatori di ogni rango e d’ogni qualità, si lusinga di conoscere e praticare la più squisita ospitalità, anche oggi, in questa era del turismo, mette a disposizione dei vi­sitatori tutto ciò che può rendere loro gradita e in­teressante una sosta. Come non è infrequente in Italia, anche essa, una città di provincia, racchiude tra le sue mura un così immenso patrimonio di memorie e di tradizioni quale molte e molte città più grandi e più moderne, e perciò meno ricche e dense di storia, non possono vantare. La vita d’oggi, è vero, appunta il suo inte­resse, o semplicemente la curiosità turistica, verso le realizzazioni, pur esse meravigliose, della tecnica contemporanea; ma resta sempre intatto e perenne­mente vivo il fascino delle cose antiche, per la testi­monianza che esse serbano di grandi, gloriose e tra­giche vicende umane che si adornano del manto pur­pureo della storia. D’altra parte, non è da credere che Imola affidi oggi il suo nome soltanto alla suggestione di uno storico passato. Imola non è una « terra dei morti ». E’ città giovane, dinamica, perfettamente adegua­ta al ritmo della vita d’oggi. Essa, quindi, offre al forestiero anche l’interesse e l’attrattiva di ciò che è più tipico della civiltà attuale, e soprattutto ciò che la caratterizza più di ogni altra cosa come era del dinamismo e della velocità, cioè competizioni mo­toristiche a livello internazionale. Con questa certezza di offrire al visitatore l’esem­pio di un felicissimo e significativo connubio di sug­gestiva antichità e di vigorosa modernità Imola gli porge il suo più cordiale e accogliente benvenuto.

Rocca: Lato sud

Dalla Preistoria ad Oggi.
Età della pietra

E’ ormai accertato che i dintorni di Imola, più precisamente le ultime propaggini dell’Appennino a monte della via Emilia, tra il Santerno e il Sillaro, furono abitati dall’uomo fin dalla più lon­tana preistoria. Lo provano gli oggetti di pietra scheggiata e lavorata riferibili alla tipologia indu­striale chelleana e musteriana del paleolitico infe­riore, ai quali fanno seguito altri oggetti riferibili all’industria clactoniana e campignana, che attra­verso il paleolitico medio ci portano fino al paleoli­tico superiore e al neolitico. Sebbene questi oggetti siano stati ritrovati per lo più sporadicamente e oc­casionalmente, e quasi mai in seguito a ricerche si­stematiche, essi tuttavia sono ormai sufficienti per testimoniare la presenza dell’uomo nell’Imolese, forse ininterrotta, per tutto il corso di quei periodi e la testimonianza è confermata dal fatto che sovente quegli oggetti prodotti dall’uomo sono accompagnati da ossa di animali che la paleontologia assegna alla fauna tipica del paleolitico: l’ippopotamo, l’elefante antico e il rinoceronte. Più folte e cospicue sono le prove del popolamento umano della zona relative al tardo neolitico e al primo eneolitico. Queste, anzi, e per il loro numero e per la loro simultanea presenza nei giacimenti, han­no suggerito la denominazione specifica di industria neoeneolitica, da riconoscersi come caratteristica d’un momento della evoluzione dell’Imolese.

Età del bronzo

Per l’età del bronzo, immediatamente succeduta alla fase neoeneolitica, i ritrovamenti sono stati an­cor più numerosi e significativi. Anzi l’età del bronzo ci ha lasciato le prove di stabili e notevoli insedia­menti umani nelle immediate vicinanze dell’odierna Imola: sul Castellaccio, a Toscanella, alla Prevosta e alla Ghedarina. Sul Castellaccio, a circa ottocento metri dal cen­tro attuale della città, furono scoperti nel 1873, e esplorati e studiati nel decennio successivo, dallo Scarabelli, due villaggi preistorici dell’età del bron­zo, situati in due distinti strati, il più antico dei quali giaceva sul terreno vergine formato dalle sab­bie gialle caratteristiche del quaternario. Sulla cima del colle, formante un breve pianoro di metri 94 x 45, all’altezza di 36 metri dal circostante piano di cam­pagna, si ritrovarono buchi di pali riempiti di ce­neri e carboni misti a frammenti di stoviglie e ossa di animali oltre a frammenti di mattoni cotti. Nelle aree circolari delimitate da quei buchi si identifica­rono le tracce di 26 focolari costruiti e usati in tempi diversi, 12 dei quali su uno stesso piano. Si trattava dunque di un vero e proprio villaggio che frammenti di ossa, recipienti di argilla, punte di lance e altri manufatti assegnavano all’età del bronzo, e ad una popolazione di pastori e cacciatori.

Nel podere « La Prevosta », nei pressi di Montecarbone, fu scoperto ed esplorato dal Brizio nel 1884 un altro notevole insediamento preistorico. Entro una superficie di metri 240 x 100 furono messi in luce quindici fondi di capanne, irregolarmente distanziate fra loro, fornite di focolari recanti tracce di uso pro­lungato. Oltre ai consueti residui di ceneri e carboni, si rinvennero numerose ossa di animali (pecora, maiale, bue, cane, cavallo) frammenti di vasi e cio­tole di grossolana argilla nera o grigia, fondi di vasi e un’ansa lunata. La rozzezza di queste terrecotte e un unico oggetto di bronzo (una lesina), fanno as­segnare il villaggio all’inizio dell’età del bronzo. Il Brizio calcolò di avere esplorato meno di una metà dell’insediamento e concluse che il numero totale dei fondi di capanne dovesse essere di circa 80.

Età del ferro
I Villanoviani

All’età del bronzo, che si chiuse sul finire del se­condo millennio a. Cr., succedette l’età del ferro, con la quale si entra ormai nella protostoria. Questa fase, anche nell’Imolese come nel Bolognese e altrove, è caratterizzata dalla tipica cultura villanoviana, sulla origine e provenienza della quale sussistono tuttora insoluti numerosi problemi. Reperti villanoviani fu­rono rinvenuti, oltre che in luoghi più distanti, anche nelle immediate vicinanze di Imola, come ai piedi del monte Castellaccio e nei pressi dello zuccherifi­cio. La loro quantità e ubicazione prova, ad ogni modo, che durante i primi secoli dell’età del ferro la nostra zona continuò ad essere più o meno in­tensamente popolata. Negli ultimi decenni del secolo VI a. Cr. si verificò l’espansione etrusca dall’Etruria propriamente detta verso l’alto e medio Adriatico. Il fenomeno avvenne probabilmente lungo due direttrici: a nord, attra­verso l’Appennino bolognese in direzione dell’alto Adriatico e condusse all’insediamento etrusco nel­l’antica, preesistente città villanoviana che dai nuovi abitatori sopraggiunti ricevette il nome di Felsina, e alla fondazione di Misa (Marzabotto), di Spina e di Ravenna; a sud, attraverso l’Appennino umbro-romagnolo, in direzione del medio Adriatico, e condusse alla fondazione di Rimini e Cesena. Pare che la du­plice ondata etrusca non raggiungesse l’Imolese. Quella sopravveniente da nord non si spinse al di qua dell’Idice, e quella movente da sud si fermò probabilmente a Cesena. Ciò deve dedursi dal fatto che i ritrovamenti di oggetti etruschi nell’Imolese sono stati a tutt’oggi irrilevanti e non sufficienti a provare un insediamento etrusco nella zona.

Fibule longobarde in oro, argento e bronzo (Museo Civico)

I Galli

Rimasto immune dall’invasione etrusca, l’Imolese soggiacque un secolo dopo (V a. Cr.) all’invasione gallica, che dilagò attraverso le Alpi orientali in gran parte della pianura padana e lungo il versante adriatico della penisola fino ai confini del Piceno. Non pare che le popolazioni villanoviane di quel versante subissero danni e sterminio ad opera dei Galli. Insediate da secoli sui colli appenninici, esse vi rimasero pressoché indisturbate, poiché gli inva­sori si stanziarono nella pianura, sicché vennero a trovarsi contiguo e distinte e, a quel che sembra, pacificamente vicine, due razze e due culture. Nella pianura tra i colli e il mare, che allora con valli e lagune occupava gran parte di quella che oggi è chiamata la bassa romagnola, i Galli, appartenenti a varie tribù (Boi, Liguri, Senoni) stabilirono i loro vil­laggi e si dedicarono all’agricoltura. La necessità di sfruttare terre fertili li spin­geva a conti­nui sposta­menti e li con­servava assai bellicosi. Del loro stanzia­mento rimane traccia in alcu­ne denomina­zioni di luoghi (Bononia, Se­nigallia ecc.) e soprattutto nel dialetto roma­gnolo. Al ter­ritorio boico appartenne l’Imolese.

I Romani

Palazzo comunale: particolare di capitello romanico

Nel III secolo a. Cr. cominciò il movimento di espansione romana verso l’Adriatico, che doveva con­durre alla romanizzazione completa della Gallia ci­spadana. Cominciò con la deduzione di una colonia a Rimini, seguita dalla fondazione di Piacenza e di Cremona. Dopo la prima guerra punica, negli anni in cui la regione fu percorsa da Rimini alla Trebbia dalle legioni che il console Sempronio recava in aiuto a Scipione, accampato su quel fiume e minac­ciato da Annibale che lo aveva sconfitto al Ticino, l’insediamento romano si consolidò mediante opere imponenti. Nel 187 fu costruita da Marco Emilio Le­pido la via Emilia, utilizzando il tracciato d’una strada preesistente da epoca imprecisabile. Questa via pedemontana, sfiorando le ultimi pendici dell’Ap­pennino, univa fra loro alcuni villaggi preromani: ricostruita e selciata da Emilio Lepido per unire Rimini a Piacenza, oltre a costituire un’arteria stra­tegica di primaria importanza, determinò il rifiorire di quegli abitati e il sorgere di altri.

Mascherone romano in bronzo (Museo Civico)

Mascherone romano in bronzo (Museo Civico)

Nei decenni se­guenti alla costruzione della via Emilia, i Romani effettuarono la centuriazione della pianura ad est di essa. La campagna fu coperta da un reticolato di strade, cardines e decumani, avente per cerniera la stessa via Emilia e delimitanti regolari appezzamenti di terreno che furono distribuiti in proporzione diversa ai vecchi abitatori gallici e a coloni romani immigrati sul luogo. Con la romanizzazione della regione comincia an­che per l’Imolese una nuova storia. E’ assai proba­bile che prima del sopravvenire dei Romani, o sul Castellaccio o, più verosimilmente, ai piedi del Castellaccio, sussistesse ancora un villaggio, abitato forse da genti villanoviane o da Galli. Non pare pen­sabile che il luogo fosse allora disabitato. Non c’è motivo di credere che, mentre gli altri sbocchi dei fiumi appenninici nella pianura accoglievano abitati più o meno antichi, soltanto quello del Santerno, di cui si sa che era abitato fin dalla remota età della pietra, ora fosse rimasto deserto. Lo stesso succe­dersi di villaggi preistorici e protostorici sul luogo o nei suoi pressi rende inverosimile l’ipotesi di un abbandono, del quale non si saprebbero vedere le ragioni.

Ad ogni modo, avvenuta la centuriazione e quindi popolata di coloni romani la campagna circo­stante, fra il rinnovato tracciato della via Emilia e il mare, l’abitato preromano dovette anche esso tra­sformarsi in un pagus romano. Questo, in ossequio alle norme che presiedevano alla costituzione di abi­tati romani, non sorse nello stesso punto ove era insediata la popolazione preromana, ma probabil­mente poco lontano, su terreno sgombro, assumendo come asse un tratto della via Emilia. Il nuovo centro, che doveva poi diventare Imola, sorse certamente dopo la costruzione della via consolare: ma è dif­ficile dire se ebbe subito la struttura urbana che i recenti scavi ci attestano. Una tradizione assegna la fondazione di Imola a Lucio Cornelio Silla, e quindi la sposta fin verso l’80 a. Cr.. Ma è poco verosimile pensare che dal momento della centuriazione a quella data, tutta la zona centuriata antistante alla valle del Santerno non possedesse un centro urbano di raccolta e smistamento dei prodotti agricoli. D’altra parte non è possibile neppure accertare che la fon­dazione del nuovo centro risalga al console Quinto Cornelio Nasica (180 circa a. Cr.), dato che questa ipotesi non è suffragata da nessuna fonte.

La con­clusione che sembra più attestabile è che, avvenuta la centuriazione, si sia formato sullo sbocco del San­terno un nuovo centro abitato, che, prese dapprima le modeste dimensioni di un pagus, e accresciutosi a poco a poco nel corso di circa 70 anni fra il 150 e l’80 a. Cr., ricevette infine struttura e denominazione di forum da Cornelio Silla. Il forum ricevette dunque, all’inizio del I secolo a. Cr., la struttura tradizionale delle città romane: ebbe per decumanus maximus un tratto della Via Emilia, e per cardo maximus il prolungamento di una via dell’agro centuriato. Su queste coordinate fu tracciato il perimetro dell’abitato, in forma di qua­drato avente trecento metri di lato. In seguito, nel­l’età di Augusto, queste dimensioni furono ampliate: il decumano raggiunse la lunghezza di circa ottocento metri e il cardine quella di almeno quattro­cento metri. Con ciò la superficie dell’abitato si amplia da circa 100.000 metri quadrati a non meno di 300.000 metri quadrati.

Pavimento romano a mosaico (Museo Civico)

Così la città assunse le di­mensioni che, racchiuse in età medievale entro una cinta di mura, ha conservato fino a tempi recenti. Nell’assumere la denominazione di Forum Corneli, cioè in età sillana, ricevette anche la costituzione giuridica di municipium e alcuni privilegi partico­lari, tra i quali quello di essere sede di due tribu­nali pretorii. Assai poco si sa delle vicende del municipium nel­l’età romana. Il suo incremento edilizio, avvenuto in misura assai notevole tra l’età di Silla e l’età di Augusto, fino a possedere edifici cospicui, fra cui anche un ampio anfiteatro situato fuori del perime­tro urbano, lungo la via Emilia, verso Bologna, ces­sò probabilmente nel secondo secolo d. Cr., come pare dal fato che nessuno scavo ha finora messo in luce opere di data posteriore a questa. Durante l’età romana la storia del nuovo Forum non sembra avere registrato vicende di particolare rilievo. Le fonti classiche tacciono del tutto a questo proposito. Soltanto Cicerone ci informa che nei primi mesi del 43 a. Cr., durante la guerra di Modena, Ce­sare Ottaviano accampò le sue legioni nei pressi di Forum Corneli; e più tardi, nella seconda metà del secolo seguente, il poeta Marziale ferma in un paio di epigrammi il ricordo di un suo soggiorno nella cittadina posta in riva al Vatreno.

Nel complesso, alcuni elementi risultanti da scavi antichi e recenti, quali l’abbondanza di pavimenti a mosaico nelle abitazioni imolesi dell’età romana, le dimensioni degli edifici dei quali si è potuta in tutto o in parte rico­struire la pianta, l’esistenza d’un anfiteatro più vasto di quanto l’abitato urbano di allora consentisse, ed altri elementi, compongono, per quei secoli, l’imma­gine d’una tranquilla e piuttosto agiata esistenza municipale, non tanto sensibile ad espressioni arti­stiche e culturali, quanto incline alle comodità d’un medio tenore di vita, fondato sulle attività produttive della zona di pianura, già tutta messa a coltivazione, e delle fattorie e ville padronali disseminate sulle prossime colline. Anche se non è da escludere che i grandi rivolgimenti dell’ultima età repubblicana, come le campagne postsillane, la guerra sociale, la guerra servile e la guerra civile, abbiano talora mi­nacciato o, forse anche, momentaneamente sconvolto quella tranquillità, tuttavia la assoluta mancanza di notizie certe, rende gratuita qualunque congettura; e così pure, per la tarda età imperiale, resta senza sostegno di prova la tradizione secondo la quale la città sarebbe stata devastata dai Daci ribellatisi nel 267 d. Cr., e ricostruita cinque anni dopo. Altrettanto malsicure sono altre notizie, riferite da cronisti locali e relative a quella stessa epoca: che nel 378 e poi nel 392 il forum avesse a soffrire deva­stazioni per opera di legati imperiali ribellatisi a Roma; e che nel 408, il barbaro Alarico dopo averla saccheggiata, vi costruisse una reggia nel luogo ove oggi esiste la chiesa di S. Maria in Regola, e che in quella reggia si celebrassero nel 412 le nozze tra Ataúlfo e Galla Placidia.

Il Cristianesimo

Chiesa dei santi Nicolò e Domenico: portale
Restaurato a cura della Banca Cooperativa di Imola

Ma un avvenimento ben più sicuro e importante si verificò nella città in quegli ultimi secoli dell’età romana: la diffusione del Cristianesimo nella nostra regione. La tradizione locale fa risalire la predica­zione del Vangelo tra noi a S. Apollinare, discepolo dell’apostolo S. Pietro. Non è provato che il Cri­stianesimo abbia avuto qui origine così antica. La data più remota che si possa fissare, sarebbe sull’ini­zio del IV secolo, accettando che il martirio di S. Cassiano sia avvenuto al tempo di Diocleziano (tra il 303 e il 305). La prima data sicura è l’anno 379 e risulta da una lettera di S. Ambrogio che delega il suo corrispondente a visitare Forum Corneli fino alla rielezione del vescovo, documentando con ciò che a quella data esisteva già nella nostra città una comu­nità cristiana regolarmente organizzata e retta da un proprio vescovo.

Miniatura dell’Inferno dantesco, sec. XV (Biblioteca Comunale)

Gli Eruli e i Goti

Sul finire del secolo successivo (anno 476) Imola passò in potere del conquistatore barbarico Odoacre e, sostituito costui dal suo vincitore Teodorico, la città passò in dominio dei Goti.

I Bizantini e i Longobardi

Sulla metà del secolo VI, abbattuta la domina­zione dei Goti dagli eserciti bizantini di Belisario e Narsete, Imola e il suo territorio furono aggregati all’Esarcato di Ravenna governato da un esarca per conto dell’imperatore bizantino di Costantinopoli. Ma nel 568 Alboino, sceso in Italia coi suoi Lon­gobardi, la tolse agli Esarchi, e in seguito fu alterna­mente disputata dai Longobardi e dai Bizantini. I resti di arte bizantina ritrovati nelle chiese cittadine e ora esistenti nel museo comunale, oltre che in S. Maria in Regola, inducono a ritenere che la do­minazione bizantina sulla città sia durata, sia pur saltuariamente, un numero non ristretto di anni. La tradizione parla di una distruzione della città avvenuta ad opera del re longobardo Clefi nel 580 circa, e di un’altra per mano di Grimoaldo nel 663. Tuttavia sono anche queste notizie prive di certezza. Un fatto di grande rilievo si colloca nell’epoca della dominazione longobarda: il cambiamento del nome latino Forum Cornelii, in quello di Imola, di origine incertissima. Lo storico Paolo Diacono, autore di una storia dei longobardi è il primo a tramandarci il nuovo nome. Nella sua storia egli nomina Forum Cornelii, aggiungendo “il cui Castrum si chiama Imola”. Nello stesso torno di tempo diverse altre volte ritorna il nome Imola nelle lettere che i papi Stefano II, Paolo I e Adriano I scrivevano a Pipino e a Carlo re dei Franchi, perchè costoro inducessero o costringessero i re longobardi a restituire alla Santa Sede le città già appartenute all’Esarcato e ora da essi indebitamente tenute. L’indicazione fornita da Paolo Diacono, e ripetuta anche in un coevo catalogo delle province d’Italia, può consentire di congetturare la provenienza del nuovo nome. Si può supporre che in età imprecisa­bile, ma molto probabilmente barbarica, fosse sorto nei pressi della città romana, che serbava ancora il nome di Forum Cornelii, un Castrum che per ignote ragioni fu denominato Imolas. Il nome del Castrum avrebbe sostituito quello romano della città forse nel primo cinquantennio dell’ottavo secolo.

I Franchi e la sovranità della Chiesa

Il re franco Pipino costrinse il longobardo Liutprando ad impegnarsi di restituire Imola al ponte­fice (anno 752); ma la promessa, rinnovata ancora nel 756, non fu mantenuta fino all’anno 774, cioè fino a quando Carlo Magno, sconfiggendo l’ultimo re lon­gobardo Desiderio, effettuò la tante volte rinviata consegna. Da allora ebbe inizio la sovranità del pon­tefice su Imola, durata per più di mille anni, fino al 1859. Tuttavia per molti secoli ancora quella sovranità ebbe valore soltanto nominale. Di fatto, Imola fu con alterne e frequenti vicende dominata a volte da diversi signori e città, a volte governata in forma di autonomo Comune. Per molti anni dopo il suo trasferimento al pon­tefice, la città fu contesa fra questi e l’arcivescovo di Ravenna. Nell’828, e fino alla metà del X secolo la troviamo governata da un conte, sotto la giuri­sdizione del papa. Poi, dopo le concessioni fatte dall’imperatore Ot­tone I (912-973) al clero, la città dovette passare al vescovo, mentre il contado, o gran parte di esso, restava in mano al conte Arardo o Erardo e i di­scendenti Guido I, Guido II e Ugolino conti di Donigallia, che troviamo ricordati in atti tra il 998 e il 1100.

Antica porta dei Servi abbattuta nel 1857

Il Comune

Nel 1084, avendo il vescovo d’Imola Morando ade­rito allo scisma provocato dall’arcivescovo di Ra­venna, il popolo ne approfittò per imporgli di ri­nunciare a parte della sua giurisdizione civile: dazi, amministrazione della giustizia e uso del porto di Conselice. Così sorse il Comune di Imola, facendosi largo prima tra Ravenna e Roma, poi tra il Papato e l’Impero. Di poco posteriore (1099) è il trattato commerciale con Venezia, che attesta una notevole autonomia del nuovo Comune, anche se questo non risulta avesse ancora il Consiglio Generale e i Con­soli, che compaiono per la prima volta in un atto del 1140. Nel 1131, dopo quasi un cinquantennio di auto­nomia comunale, la città passa per alcuni anni in potere di Bologna e poi di Faenza, a diverse riprese. Ha così inizio un lungo periodo di lotte tra Imola e le due limitrofe città guelfe di Faenza e Bologna, la quale ultima, per estendere il suo predominio in Romagna, cominciava, fino da allora, a far sentire la sua ingerenza nella vita politica imolese.

A. Canova. bustino di Pio VII (Pinacoteca Comunale)

Durante il regno di Federico I Barbarossa, Imola è comune ghibellino, sì che il suo no­me non si tro­va fra quelli delle città che formarono la Lega Lombar­da contro il Barbarossa. Con questi, or­mai, Imola ac­quista dominio e potenza fino a divenire, qua­le sede del con­te di Romagna, capitale della regione. E’ di questa epoca la distruzione del guelfo castrimi di S. Cassiano, autorizzata agli Imolesi da Cri­stiano vescovo di Magonza e legato dell’im­peratore. Cin­quantanni più tardi (1222), sempre ad ope­ra degli Imolesi, fu distrutto l’altro contiguo castello, il Castrum Imolae. Nel 1259, morto Federico II Impe­ratore e decadute le sorti del partito ghibellino in Italia, Imola, sotto l’impulso del popolo grasso, si fa guelfa e si sottomette a Bologna. Viene costruita in quell’anno, ma su pianta ristretta, la rocca che ancora vi esiste, e che fu sviluppata negli anni 1332-1336. Du­rante le lotte tra guelfi e ghibellini varie famiglie si erano contese il primato, schierandosi con i primi (i Sassatelli) o con i secondi (i Vaini e i Codronchi) per instaurare il proprio principato.

Biblioteca Comunale: Sala del sec. XVIII

La Signoria

Ma è solo nell’anno 1334, se non si considerano i brevi periodi di dominio di Maghinardo Pagani, che Lippo Alidosi ottiene la Signoria di Imola, essendone investito vicario pontificio dal papa, residente allora ad Avignone, che ne è sempre il sovrano nominale. Con Lippo ha inizio la Signoria, degli Alidosi, che du­ra per novanta anni fino al 1424, quando, conquistata dal capitano di ventura Agnolo della Pergola, che aveva preso la rocca col tradimento passando sulle fosse gelate, la città passa a Filippo Maria Visconti. Tra il 1426 e il 1439 il dominio della città passa per ben quattro volte dal Visconti al papa e dal papa al Visconti, il quale infine la cede a Guidantonio Man­fredi, signore di Faenza, che la riceve a titolo di vi­cario pontificio (1439). Nel 1470 il duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, con stipulazione segreta, che verrà resa pubblica nel 1473, acquista Imola da Taddeo Manfredi: questi si era rivolto al duca dopo che sua moglie, d’accordo col figlio, l’aveva fatto rinchiudere nella torre della rocca. Pubblicato l’acquisto, lo Sforza vende per 40.000 ducati la città al cardinale Riario, il quale a sua volta ne concede l’investitura a Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. Si apre cosi il periodo della Signoria Riario-Sforza, sotto la quale la città conobbe i benefici d’una Rinascenza di cui serba no­tevoli monumenti in alcuni edifici allora costruiti. Morto Girolamo Riario nel 1488, la Signoria di Imola passò al figlio di lui minorenne, sotto la tutela della vedova Caterina Sforza, la fiera contessa di Forlì. Sul finire del secolo, sorge l’astro di Cesare Borgia, che protetto e sostenuto dal papa Alessandro VI, concepisce e attua in buona parte il progetto di crearsi un vasto e forte dominio nell’Italia centrale. Nel novembre dell’anno 1499 il Borgia, al comando di un esercito di 15.000 uomini forte delle nuove artiglierie fornitegli dal re di Francia, attacca Imola e la conquista mercè l’aiuto di Giovanni Sassatelli che il 25 novembre gliene apre le porte. Dopo 23 giorni di bombardamento e di attacchi il Borgia espugna la rocca che sola gli ha resistito.

Le Legazioni Pontificie

La Signoria del Valentino ha breve durata. Il 18 agosto 1503 muore Alessandro VI e Guido Vaini ne approfitta subito per impossessarsi della rocca imolese. Sale al trono pontificio Giulio II, che subito intima al Vaini di riconsegnare la rocca alla Chiesa. Il Vaini rifiuta, ma il pontefice gira l’ostacolo facen­dosi cedere per seimila ducati la rocca dal presidio postovi dal Vaini. Il 4 novembre 1504 Giulio II ema­na la bolla d’oro che sancisce diritti e doveri della città sotto il diretto dominio della S. Sede e che, eccettuato il periodo della dominazione napoleonica, fu in vigore fino al 1859. Tuttavia la situazione ri­mane torbida, e per venti anni la città è straziata da continue e accanite lotte, agguati e stragi tra le fazioni opposte capeggiate dai Vaini e dai Sassatelli. Finalmente Francesco Guicciardini, mandato dal papa Clemente VII a governare la Romagna nel biennio 1524-1526, rie­sce con ferrea energia a do­mare quei fa­cinorosi. E co­mincia con il Guicciardini l’effettivo governo della Chiesa su Imo­la e sulla Ro­magna. La regione però non è con questo pacifi­cata: le accese faziosità dura­no ancora: i superstiti mem­bri e discen­denti delle vec­chie famiglie signorili non si rassegnano al ruolo di ubbidienti e pacifici cittadini e preferisco­no darsi al brigantaggio, che imperversa in Imola e nella regione lungo i secoli XVI e XVII. Il Settecento trova Imola ormai pacificata sotto il go­verno della Chiesa, ma le arreca ancora vicende alter­ne. La guerra di successione spagnola dapprima e poi quella di successione austriaca coinvolgono anche la nostra città. Nel 1735 Imola viene annessa all’Impero ed è occupata da una guarnigione di truppe imperia­li. Due anni dopo torna alla Chiesa; ma nel 1741 pas­sa di nuovo all’Impero ed è occupata prima dagli Au­stro-Sardi poi dagli Ispano-Napoletani fino al 1745.

Tomaso Cerdello: S. Cristoforo, sec. XV (Pinacoteca Comunale)

La dominazione francese

Trascorre un cinquantennio di sonnolenta pace, ed ecco nel 1797 aprirsi il periodo delle conquiste na­poleoniche. Il 1 febbraio il Bonaparte inizia l’inva­sione degli Stati Pontifici, che si concluderà il 19 suc­cessivo con il trattato di Tolentino. Il giorno stesso del suo arrivo in Imola (1 febbraio) Napoleone ag­gioga la città alla Repubblica Cispadana, che il suc­cessivo 17 luglio diventa Repubblica Cisalpina. Pas­sano due anni, Napoleone è impegnato in Egitto, e gli eserciti austro-russi ritolgono alla Francia l’Ita­lia settentrionale e centrale. Il 30 giugno 1799 gli austriaci occupano Imola e la tengono in forma di Reggenza Provvisoria. Ancora un anno: Napoleone tornato dall’Egitto, il 10 luglio 1800 sconfigge a Ma­rengo Austriaci e Russi. Imola torna ai Francesi, e viene aggregata alla Repubblica Cisalpina, poi nel febbraio 1802 alla Repubblica Italiana, che nel marzo 1805 diventa Regno Italico. L’astro napoleonico si avvia al tramonto. Dal dicembre 1813 all’8 maggio 1814 Imola è annessa al Regno di Napoli, sotto il re Gioacchino Murat. Vien poi di nuovo annessa alla Austria dall’8 maggio 1814 al 1 aprile 1815; poi an­cora al Regno di Napoli dal 1 al 16 aprile di quello stesso anno; ancora una volta all’Austria dal 16 apri­le al 19 luglio, e finalmente rientra a far parte del restaurato Stato Pontificio.

Palazzo Comunale. soffitto della sala III detta di Pio IX

Palazzo Comunale. soffitto della sala III detta di Pio IX

La Restaurazione

Da questo convulso avvicendarsi di eventi, di pas­sioni e di idee, anche Imola esce profondamente turbata e la Restaurazione pontificia non a tutti gli Imolesi riesce gradita. Le Romagne sono percorse da idee e da aneliti patriottici: molti ormai aspirano alla libertà, e il ritorno all’assolutismo stimola sem­pre più pensieri di ribellione. Ormai si congiura in tutta Italia, e Imola non è da meno delle altre città. Quando vi giunge notizia che Modena e Bologna sono insorte, il 15 febbraio 1831 anche Imola dichiara decaduto il governo pontificio e si associa al governo delle Provincie Unite proclamato a Bologna, facen­done parte dal 4 al 21 marzo di quello stesso anno. Viene occupata da truppe austriache fino al 25 gen­naio dell’anno seguente, quando ancora una volta viene restaurato il dominio papale. La nuova delu­sione non scoraggia i patrioti, anzi eccita i loro sen­timenti e la loro attività rivoluzionaria, di cui re­stano famosi il colpo di mano tentato alle Balze e i Moti di Romagna del 1843. Dal 23 gennaio al 26 mag­gio 1849 la città vide ancora una parentesi di libertà, seguita da altri dieci anni di impaziente sottomis­sione al governo pontificio.

L’Annessione

Finalmente nel giugno del 1859, dichiarato di nuovo per l’ultima volta decaduto quel governo, vien pro­clamata in Imola una Giunta Provvisoria. Il plebi­scito dell’11-12 marzo 1860 annette Imola al Regno di Sardegna: nel marzo 1861 vien proclamato il Regno d’Italia. Da questo momento Imola si inserisce, con par­ticolare ardore, nel pacifico per quanto appassionato svolgersi delle lotte politiche. Il progressivo, se pur lento, inserirsi di sempre più vaste masse popolari nella vita dello Stato, e la soluzione dei problemi sociali, qui più che altrove, tengono unite le forze politiche che avevano alimentato il Risorgimento: gli ideali d’Indipendenza e Unità della Patria tro­vano in quelli di Libertà e di Giustizia il loro na­turale sviluppo. Da allora, ogni volta che questi principi furono minacciati, Imola in loro difesa offri il sangue dei suoi figli migliori. Durante l’ultimo conflitto il fronte si arrestò sette mesi sul territorio d’Imola arrecando numerosissimi lutti e danni gravissimi: la città fu quasi distrutta (il 48% degli edifici bombardati), mentre il territo­rio circostante era trasformato in campo di battaglia. La fine della guerra segnava il principio della ricostruzione, compiuta la quale, nei vari campi del­l’economia, iniziava l’opera di trasformazione e am­modernamento di tutte le attrezzature, affinchè agri­coltura, industria e commercio, rinnovandosi, po­tessero rispondere in modo sempre più adeguato alle esigenze del mondo economico d’oggi.

Imolesi illustri

Fra i più illustri Imolesi si ricordano: S. Pier Crisologo (fine sec. IV – + prima del 457 d. C.) dottore della Chiesa, B. Pietro Pattarini (+ 1320) giureconsulto, Benvenuto Rambaldi (1336 o ’40 – 1390) letterato e commentatore di Dante, Alessandro Tartagni (1424 – 1477) giureconsulto, Giambattista de Brocchi viaggiatore in Etiopia e Curiale Ponti­ficio (+ 1511), Innocenzo Francucci (1485 c. – 1546 c.) pittore, Antonio Maria Valsava (1666 – 1723) ana­tomista, Cosimo Morelli (1723 – 1812) architetto, Giuseppe Scarabelli (1820 – 1905) geologo e paletno­logo, Giovanni Codronchi jr. (1841 – 1907) e Andrea Costa (1851 – 1910) uomini politici.

(continua)

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