Imola, “la Città dei 100 orti”

Fra campagna e città

Se la regione romagnola è oltremodo ridente nella sua parte montuosa per quella certa varietà di spettacoli e di paesaggi che viene offerta dalla natura a contrasto con la uniforme monotonia dei piani che si distendono con la stessa linea del mare fra le braccia degli orizzonti, non meno ridente è la pianura imolese, la quale è letificata dalla esuberante ricchezza delle coltivazioni che danno un aspetto di giocondità trionfale alle campagne ormai famose nei canti dei poeti e nelle tradizioni del popolo per i canepai immensi e i pascoli fioriti e le grandi estensioni di frumento, imperitura fortuna delle nostre terre.”  Luigi Orsini, Imola e la valle del Santerno, 1907.

Un po’ a metà fra campagna e centro urbano, pur se territorialmente più vicini ad esso, c’erano gli ortolani. Furono in molti a fare questo lavoro. Imola veniva un tempo chiamata “la città dei 100 orti”. In realtà gli orti che circondavano tutt’intorno l’abitato arrivarono ad essere molti di più, per un totale di circa 200 ettari di terreno coltivato.

La possibilità di impiantare colture orticole di pregio era data dall’esistenza del Canale dei Molini. Di questa meravigliosa ed utilissima opera idraulica non si può neppure datare bene l’origine. Sicuramente esisteva già nel Medio Evo e probabilmente è da ascrivere all’opera di bonifica compiuta nei nostri territori dai monaci Benedettini già a partire dal VII secolo d.C.

Canale dei Molini, Imola.

Canale dei Molini, Imola. Pianta di Imola nel 1705. Il Canale dei molini avvolge interamente la città. Fonte Wikipedia.

Nel periodo storico precedente, un po’ a causa dei fenomeni di bradisismo che avevano innalzato la pianura Padana, un po’ perché i contadini l’avevano abbandonata, rifugiandosi sui monti per timore dei barbari, erano frequenti gli episodi di esondazione dei fiumi una volta che il loro corso raggiungeva la valle, con la conseguente formazione di zone acquitrinose e malsane. Appunto alla bonifica di questi terreni attraverso la regolamentazione delle acque si dedicarono i monaci. E’ sicuramente documentato che ai Benedettini imolesi di Santa Maria in Regola si deve la creazione della parte di canale che da Imola defluisce parallelamente alla via Selice.

Lungo complessivamente 40 Km, il Canale dei Molini si diparte dal Santerno 9 Km a monte di Imola, in località detta Chiusa, per effetto di una diga costruita allo scopo. Prosegue parallelo al Santer- no fino alla città, per poi biforcarsi e cingerla ad anello. Continua in seguito in un unico alveo che, fino a poco meno di cinquantanni fa, giungeva a Lavezzola per poi sfociare nel Reno. Attualmente, invece, il canale arriva a Massa Lombarda e nel suo tratto finale viene convogliato in alcune anse abbandonate del Santerno, attra­verso cui si immette appunto in tale fiume.

Tempo addietro il Canale dei Molini è stato via di trasporto del­le merci. Soprattutto ha reso possibile il funzionamento dei quasi venti mulini imolesi. Avrebbe più tardi fornito acqua alle nascenti manifatture ed un’irrigazione costante agli orti.

Di fatto ogni orto aveva una sua chiusa per attingere acqua dal canale, secondo un tempo stabilito e dietro pagamento una volta al­l’anno di un canone proporzionato all’uso. Storicamente la gestione del canale, la sua manutenzione e la destinazione delle entrate è sempre stata affidata ad una sorta di consorzio, che coinvolgeva tutti i fruitori. Dal 13 marzo 1936 esso è denominato “Consorzio utenti del Canale dei Molini di Imola e Massa Lombarda”, con le stesse prerogative di un Ente di bonifica.

L’abilità dell’ortolano stava ovviamente nel creare numerose ca­nalizzazioni secondarie, che portassero acqua nella quantità giusta ai diversi appezzamenti ed alle varie colture. Il lavoro dell’ortolano era costante, intenso e paziente, tale da coprire tutti i mesi dell’an­no. Il reddito che ne derivava era però buono, migliore di quello di tanti altri mestieri; anche se occorreva spartirlo col proprietario della terra, perché per la maggior parte gli ortolani lavoravano a mezzadria in un rapporto 40% – 60%, ove chiaramente la percen­tuale più alta spettava al padrone. Lo stesso pagamento del canone per l’acqua veniva spartito secondo un contratto fra le parti.

Certi prodotti, quali i pomodori e le cipolle, raggiungevano quan­titativi tali che già nel 1893 nacque la Cooperativa Ortolani, con lo scopo di commercializzarli adeguatamente anche oltre il nostro territorio.

C’erano poi, oltre all’unica grossista locale, conosciuta da tutti come “la Caibèna”, i grossisti bolognesi, che arrivavano il martedì, il giovedì e il sabato al Mercato Ortofrutticolo a caricare casse di merce per le piccole rivendite. Dopo di loro toccava alla pubblica clientela, che poteva fare i suoi acquisti in un tripudio di forme e di colori quale non si vede neppure in un giardino. Gli ortolani imolesi erano noti per la loro bravura e in qualche modo se ne facevano vanto, presentando gli ortaggi sempre accuratamente lavati e di­sposti con estro nelle ceste.

Attualmente molti tratti del Canale dei Molini risultano coper­ti e gran parte dei terreni su cui fiorivano gli orti è stata venduta come area edificabile. Prosegue parallelo al Santerno fino alla città, per poi biforcarsi e cingerla ad anello. Continua in seguito in un unico alveo che, fino a poco meno di cinquantanni fa, giungeva a Lavezzola per poi sfociare nel Reno. Attualmente, invece, il canale arriva a Massa Lombarda e nel suo tratto finale viene convogliato in alcune anse abbandonate del Santerno, attra­verso cui si immette appunto in tale fiume.

Tempo addietro il Canale dei Molini è stato via di trasporto delle merci. Soprattutto ha reso possibile il funzionamento dei quasi venti mulini imolesi. Avrebbe più tardi fornito acqua alle nascenti manifatture ed un’irrigazione costante agli orti.

Di fatto ogni orto aveva una sua chiusa per attingere acqua dal canale, secondo un tempo stabilito e dietro pagamento una volta all’anno di un canone proporzionato all’uso. Storicamente la gestione del canale, la sua manutenzione e la destinazione delle entrate è sempre stata affidata ad una sorta di consorzio, che coinvolgeva tutti i fruitori. Dal 13 marzo 1936 esso è denominato “Consorzio utenti del Canale dei Molini di Imola e Massa Lombarda”, con le stesse prerogative di un Ente di bonifica.

L’abilità dell’ortolano stava ovviamente nel creare numerose canalizzazioni secondarie, che portassero acqua nella quantità giusta ai diversi appezzamenti ed alle varie colture. Il lavoro dell’ortolano era costante, intenso e paziente, tale da coprire tutti i mesi dell’an­no. Il reddito che ne derivava era però buono, migliore di quello di tanti altri mestieri; anche se occorreva spartirlo col proprietario della terra, perché per la maggior parte gli ortolani lavoravano a mezzadria in un rapporto 40% – 60%, ove chiaramente la percen­tuale più alta spettava al padrone. Lo stesso pagamento del canone per l’acqua veniva spartito secondo un contratto fra le parti.

Certi prodotti, quali ipomodori e le cipolle, raggiungevano quan­titativi tali che già nel 1893 nacque la Cooperativa Ortolani, con lo scopo di commercializzarli adeguatamente anche oltre il nostro territorio.

C’erano poi, oltre all’unica grossista locale, conosciuta da tutti come “la Caibèna”, i grossisti bolognesi, che arrivavano il martedì, il giovedì e il sabato al Mercato Ortofrutticolo a caricare casse di merce per le piccole rivendite. Dopo di loro toccava alla pubblica clientela, che poteva fare i suoi acquisti in un tripudio di forme e di colori quale non si vede neppure in un giardino. Gli ortolani imolesi erano noti per la loro bravura e in qualche modo se ne facevano vanto, presentando gli ortaggi sempre accuratamente lavati e di­sposti con estro nelle ceste.

Attualmente molti tratti del Canale dei Molini risultano coper­ti e gran parte dei terreni su cui fiorivano gli orti è stata venduta come area edificabile.

L’ortolano

Ogni orto era un’impresa a conduzione familiare, che aveva co­munque bisogno di avvalersi di mano d’opera avventizia non solo per i raccolti, ma anche per dissodare il terreno, per concimarlo, per le potature.

Peraltro, anche la sola coltura degli ortaggi comportava molto lavoro, sempre da svolgere con paziente attenzione. Si racconta anzi che per quell’80% di ortolani che erano a mezzadria (essendo solo un 20% costituito da affittuari e da piccoli proprietari) il padrone della terra chiedesse sempre, al momento di stipulare il contratto, quanti figli aveva l’ortolano, vale a dire quante braccia potevano lavorare; dato che, se queste risultavano scarse, era im­possibile mettere in conto un buon guadagno.

I raccolti importanti erano parecchi e soprattutto ognuno di essi non era che l’atto finale di un lavoro durato mesi. Spesso poi, oltre a produrre ortaggi, l’ortolano coltivava alberi da frutto di vario tipo e curava un vivaio, anche per le piante da giardino.

Di fatto l’ortolano si dava da fare persino nel cuore dell’inverno, quando lavorava di sega nel suo capannone, per preparare le tavole di legno con cui montare ad incastro i semenzai. Questi, che gli ortolani chiamavano “banconi”, andavano infatti collocati sull’aia già in febbraio. Erano casse rettangolari, che venivano disposte una di seguito all’altra, formando file anche di 30 metri. In ogni cassa l’ortolano disponeva prima un letto di stallatico alto una trentina di centimetri, poi uno strato di terriccio grosso, sul quale faceva cadere i semi. Copriva i semi ancora con del terriccio, che in que­sto caso doveva però essere fine, cioè precedentemente passato al setaccio, ed infine batteva leggermente la terra, per poi bagnarla con una breve annaffiatura. Terminata tale operazione, i “banconi” venivano coperti con dei vetri, per proteggere il semenzaio dai ri­gori dell’inverno. Di notte, e comunque quando la temperatura era sotto lo zero, sopra ai vetri venivano aggiunte anche delle stuoie.

Nell’aria fredda dell’inverno, i “banconi” fumavano, cioè ema­navano un denso ed irreale vapore bianco, dato dalla fermenta­zione del letame. Va precisato che solo per la semina tale concime veniva usato fresco, perché doveva invece essere maturato di 6 – 7 mesi, così da non “bruciare” le piante, quando veniva distribuito a primavera avanzata sul terreno.

Se durante l’inverno si presentava una giornata più mite, i “ban­coni” venivano arieggiati, ponendo un mattone a sollevare il vetro da una parte. Quando poi il sole diveniva tiepido, si toglievano i vetri, rimettendoli però sempre al loro posto prima dell’imbruni­re. Con regolare cadenza, a distanza di qualche giorno, occorreva annaffiare. Spuntavano così, poco a poco, le prime foglie. Tale era il lavoro dell’ortolano, quando non esistevano ancora le serre con i teli di nylon.

In marzo i semenzai apparivano tutti fitti di piantine. Bisognava allora diradarle, trasferendone oltre la metà in altri “banconi”. Nel terriccio dei nuovi banconi si praticavano dei buchi ove alloggiar­le, servendosi allo scopo di un legnetto rotondo, che era appuntito in un’estremità e dotato di un manico a T nell’altra, per consentire una buona impugnatura. Tale semplicissimo attrezzo, che gli orto­lani chiamavano “cavéj”, risultava in realtà essenziale, consenten­do di ridurre al minimo i tempi dell’esecuzione del lavoro. Bastava non più di qualche secondo a piantina, cosa che aveva la sua im­portanza quando se ne dovevano coltivare a centinaia.

Per tutto marzo i semenzai venivano bagnati frequentemente, ma con parsimonia, facendo ondeggiare, col gesto consueto del mestiere, l’annaffiatoio ad un metro e mezzo d’altezza. Ad aprile, quando le piante erano alte ormai 30 cm, finalmente le si poteva trapiantare nella terra, ovviamente avendo cura di non scoprirne le tenere radici.

Da lì all’inizio dell’estate era un’attenzione continua a zappetta­re, a togliere l’eccesso di germogli, a mettere le canne per la lega­tura e poi a legare a queste le piante. Per tale operazione, che l’or- tolano considerava molto delicata, venivano usati esclusivamente gli steli di ginestra. Contro i parassiti non si ricorreva a nient altro che al solfato di rame, acquistabile in piccoli blocchi di un colore blu intenso, che si scioglievano quando messi nell’acqua.

Attraverso la procedura sopra descritta si ottenevano peperoni, melanzane, zucchine, cetrioli, cicoria, insalata e soprattutto po­modori, questi ultimi sempre un po’ in anticipo rispetto agli altri ortaggi. Altre colture più resistenti consentivano invece la semina diretta nel terreno, richiedendo mano d’opera solo dalla tarda pri­mavera all’estate. Nello stesso periodo ci si doveva però dedicare all’impianto delle fragole, di durata pluriennale questo, ma che andava accuratamente ripulito dalle erbacce e zappettato.

Con la buona stagione venivano i grandi raccolti, sia degli ortag­gi che della frutta. Per quello dei pomodori e successivamente, in agosto, per le cipolle, si lavorava dall’alba al tramonto, riempiendo centinaia di casse, ovviamente destinate per lo più all’esportazio­ne ed ai grossisti. Era proprio in questo periodo che molti brac­cianti, soprattutto donne, trovavano lavoro presso gli ortolani. E non mancarono vertenze aspre: riguardo alla paga, alle modalità di assunzione, non sempre rispettose degli elenchi della Camera del Lavoro, ed all’orario, che si chiedeva non superasse le 10 ore di lavoro effettivo.

I prodotti autunnali non richiedevano il semenzaio, un po’ per la caratteristica delle piante (cavoli, cardi, sedani, carote ed aglio, oltre che ancora insalata e radicchi) e soprattutto perché la pri­ma fase della loro crescita non incontrava un clima rigido. Erano tuttavia necessari altri accorgimenti. I cardi, ad esempio, affinché rimanessero bianchi, dovevano essere legati, piegati sul terreno e sepolti in un leggero tumulo ben rincalzato di terra fine, lascian­do fuori solo alcune foglie.

In autunno c’erano pur sempre molti altri lavori da fare: soprat­tutto le potature ed il riordino della cassa delle sementi per l’anno successivo. Era una cosa importante questa, da cui dipendeva la qualità della produzione dell’orto. L’ortolano infatti selezionava continuamente i semi. Quando notava, tanto per fare un esempio, un pomodoro particolarmente bello, una volta che questo fosse giunto a maturazione, lo raccoglieva, lo apriva e ne toglieva i semi. Poi li lavava e li metteva ad asciugare. Li riponeva infine in un’ap­posita cassa, insieme ad altri di ortaggi diversi, che ugualmente aveva proceduto a selezionare. Ogni ortolano possedeva una tale cassa, considerandola un tesoro prezioso, perché al suo interno venivano custoditi i semi migliori di ogni varietà, da utilizzare per i futuri semenzai.

Nella famiglia dell’ortolano lavoravano assiduamente tutti, uo­mini e donne, e molte operazioni venivano svolte da entrambi. Pure, una certa divisione dei compiti c’era. Vangare la terra, pota­re gli alberi da frutto e selezionare le sementi erano di fatto lavori maschili. Trapiantare, zappettare in superficie, rastrellare, pulire di roncola e raccogliere erano invece attività che impegnavano molto le donne. Alle donne spettava però anche un altro compi­to importante: quello di lavare accuratamente gli ortaggi dopo il raccolto e poi disporli in ceste di vimini, con una certa attenzio­ne all’estetica, così che facessero bella figura al mercato. “Amanér par la piàza” si diceva. Le ceste stesse, peraltro, erano opera delle donne, che si dedicavano ad intrecciarle nel periodo invernale, mentre gli uomini preparavano l’intelaiatura dei semenzai.

Nei giorni di mercato, che nell’imolese sono sempre stati il martedì, il giovedì ed il sabato, le ceste, traboccanti dei tanti colori dell’orto, venivano caricate su di un carro, generalmente tirato da uno o due cavalli. Erano gli stessi animali cui si soleva attaccare l’aratro per dissodare gli appezzamenti dell’orto, strigliati però a dovere per il viaggio al mercato ed ornati coi finimenti di cuoio.

Anche le donne, tradizionalmente protagoniste al momento della vendita, si vestivano con cura in questa occasione, aggiungendo sugli abiti, forse più per vezzo che per necessità, un grazioso grembiale.

Il mercato degli ortaggi si svolgeva nella struttura coperta che conserva ancor oggi il nome di Mercato Ortofrutticolo, pur es­sendo stata trasformata in parcheggio. Poco lontano, senza alcuna protezione dalle intemperie, vendevano i loro prodotti i contadi­ni. La vendita al minuto avveniva però anche in centro, nel Mer­cato delle Erbe, dove la stessa Cooperativa Ortolani aveva i propri spazi. Sempre in centro, a poca distanza, cera il magazzino della “Caibèna”.

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