La canapa nell’imolese

Conosciuta già nel Medioevo, questa coltivazione era stata molto incentivata in area ravennate nella seconda metà del XV secolo ad opera dei veneziani, che necessitavano di vele e cordami per la loro flotta. Progressivamente molti contadini l’avevano fatta propria. I più si erano attrezzati dell’apposito macero. Chi non l’aveva si accordava per l’utilizzo di quello del vicino.

La canapa veniva seminata alla luna buona di marzo o d’aprile (spesso durante la settimana di Pasqua). Richie­deva un terreno fresco e reso fertile dal letame, che generalmente aveva le dimensioni di un orto e veniva chiamato “canavér”. Ad agosto la piantagione era arrivata anche a due metri d’altezza, so­prattutto per gli steli più grossi, contenenti il seme, che i contadini consideravano maschi e chiamavano “canavó”, traducibile più o meno in canapacci. La fibra migliore era però data da steli un po’ più bassi, che venivano definiti “chènva femna” e che appunto ad agosto, quando cominciavano a scolorire e perdere la foglia, era­no già maturi per essere raccolti. Per i “canavó” conveniva invece aspettare settembre. Data la loro diversa qualità, le due fibre veni­vano comunque tenute separate.

Per cogliere la canapa occorreva una robusta roncola, con la quale si tagliavano due o tre steli per volta. Questi venivano la­sciati un paio di giorni sul terreno ad asciugare. Poi se ne facevano dei mazzetti legati col vimine alle due estremità, che erano chia­mati “mannelle”. Le “mannelle” venivano poste in verticale, una addossata all’altra, in numero di tre. Questo serviva a completare l’essiccazione. Quando, in seguito, venivano raccolti i “canavó”, occorreva, per farne uscire il seme, batterli forte con la “zerla”, uno strumento fatto di due bastoncelli legati fra loro con una corda, di cui uno veniva impugnato nella mano e l’altro serviva per colpire.

Una volta che i fusti apparissero ben secchi, le “mannelle”, dette anche “manóc”, venivano messe a bagno nel maceratoio, usando dei pesi perché restassero coperte dall’acqua. Il tempo di mace­razione andava dai 15 ai 20 giorni e l’odore nelle vicinanze dello stagno non era certo gradevole.

Al momento di toglierle, gli uomini sbattevano le “mannelle” dentro l’acqua; e queste apparivano bianche, a seguito dell’azione dei microrganismi, lasciando intravedere la fibra. Portare a casa la canapa era una festa cui partecipavano anche i vicini. I buoi del carro erano strigliati e tutti infiocchettati. I bam­bini saltellavano divertiti intorno. Le “mannelle” venivano messe ad asciugare sull’aia, sempre in verticale ed appoggiate luna all’altra in gruppi di tre, come delle piccole capanne.

Ancora nell’aia avveniva, a fine settembre, la battitura, effet­tuata nuovamente con la “zerla”, per spezzare il fusto legnoso dei “canavó”. Scapezzare la canapa era l’operazione successiva, per la quale era necessario un robusto tronco di quercia o di frassino termi­nante a forcella. Lavoravano di solito insieme un uomo e una don­na. Mentre la donna faceva passare nella forcella le “mannelle” slegate nel retro, l’uomo le colpiva fortemente con un bastone. Ciò serviva a separare la fibra dalla parte legnosa. Obbiettivo, questo, raggiunto ancora meglio quando si passava ad usare i “gramett”, o grametti, se si vuole, costituiti da due bastoni fra i quali si abbas­sava una leva. I fusti di canapa venivano messi orizzontalmente sui bastoni e la leva li maciullava.

Infine le “mannelle” venivano scrollate con le mani, per far cade­re le ultime schegge del fusto, e poi ripiegate su se stesse, in modo da sembrare quasi un concio. Le donne le riponevano nei sacchi, in attesa del canapino, che a novembre avrebbe continuato il lavoro.

I bambini intanto facevano i “solfanelli”, utilizzando le piccole stecche legnose cadute durante la lavorazione. Le immergevano da un lato in quello stesso zolfo usato per proteggere le viti dai parassiti, dopo averlo scaldato accanto alla brace fino a renderlo poltiglia. I “solfanelli” si tenevano in una piccola nicchia accanto al camino, chiamata appunto “e bùs di suifèn”.

Difficile sapere quanto i contadini fossero al corrente di certe particolari proprietà della canapa. Si dice che aleggiasse una certa euforia mentre la si lavorava sull’aia. Fatto sta che i semi di canapa venivano dati da mangiare agli uccelli da richiamo, perché il loro canto risultava così più alto ed intenso. L’arzdóra li dava invece a quelle galline che avevano poca voglia di covare, visto che le rendevano più sonnolente e quiete (un po’ come accadeva col pane inzuppato nel vino).

Il canapino

Ottenere un ottimo filato di canapa era importante, perché do­veva servire per la biancheria di casa e per gli indumenti. Ci si rivolgeva allora al canapino, che prendeva alloggio per qualche tempo presso la famiglia contadina, in modo da poter svolgere con la dovuta cura il suo lavoro.

II canapino effettuava la “pettinatura” della canapa, mettendola fra due tavolette rettangolari di legno dotate di denti metallici, dette appunto pettini, le quali venivano sfregate lungamente luna sull’altra. Potevano essere usati in successione anche quattro di­versi pettini, dal più rado al più fitto.

La fibra eliminata col primo pettine era la più grezza e serviva per ricavarne corde grosse, scure e dure. Col secondo pettine si otteneva la stoppa, che poteva essere filata e tessuta per manu­fatti rozzi, come le coperte per le mucche ed i sacchi bianchi per il grano; oppure la stoppa veniva usata per intrecciare corde più morbide. Dalla lavorazione col terzo pettine si otteneva invece “e’ garzól”, che, una volta filato e tessuto, serviva per fare canovacci ed asciugamani, tovaglie per l’uso quotidiano, stoffa per materas­si, lenzuoli ed abiti da lavoro. Il quarto pettine dava la fibra più fine, che si usava tessere per il corredo, cioè per la biancheria da casa migliore, e poi per camice da notte e camice da uomo. Queste ultime erano confezionate con le maniche larghe terminanti con un polsino e con gli spacchi, che permettevano di tenere il davanti leggermente più lungo. Non avevano però il colletto, ma “e gulét”, cioè un girocollo alto un paio di centimetri, perché solo per anda­re in città il contadino metteva la camicia col solino.

La filatura e la tessitura

La filatura si effettuava avvolgendo sulla rocca, vale a dire su di un lungo bastone da tenere con la mano sinistra, la fibra ottenuta dalla pettinatura; e da questa facendo nascere il filo, che veniva avvolto sui fusi fatti roteare dalla destra. La fibra posta sulla rocca era tenuta ferma in alto da un piccolo cappuccio detto “la berga- mèna”.

Il filo raccolto nei fusi veniva successivamente avvolto nella “nàspa”, cioè nell’arcolaio, per formare le matasse; le quali anda­vano sottoposte a sbiancatura, mediante bollitura con aggiunta di cenere.

Questo sistema di filatura antichissimo fu sostituito già nella prima metà del Novecento dall’uso del filatoio, “e filarén”, un at­trezzo a ruota dotato di pedale, da cui usciva il filo. Da tale uten­sile è venuto il nome dialettale del “moroso”, che appunto andava a far visita alla ragazza di sera, mentre lei filava. L’operazione successiva consisteva nel mettere le matasse nel dipanatoio, “e’ dvanadùr”, per poter avvolgere il filato nei grossi rocchetti utili per il telaio.

Quasi ogni casa contadina possedeva un telaio, grande e rettangolare, costruito in legno. Ad esso tutta la famiglia attribuiva un grande valore e ne aveva estrema cura. Quando il filato veniva montato sul telaio, occorreva “fermarlo”, cioè in qualche modo inamidarlo, perché non sfilacciasse. Si usava a questo scopo dell’acqua in cui si era fatta bollire della cru­sca di grano: “la bòsma” la chiamavano le donne. Poi la tessitura poteva avere inizio.

Le tele prodotte in casa erano lunghe dai 30 ai 40 metri e larghe 65 – 70 centimetri. Venivano sbiancate facendole bollire più volte con la cenere, la quale non doveva però stare a diretto contatto col tessuto, ma sopra di esso, su di un apposito panno detto “zin- dró”. Successivamente le tele venivano risciacquate e stese sull’erba umida di rugiada. Ogni tela veniva infine piegata a metà ed arro­tolata su di un bastone, formando il cosiddetto “torsello”.

La lavorazione domestica della lana

I contadini che possedevano le pecore ne lavoravano la lana per uso domestico. Dopo la tosatura, il vello degli animali veniva lavato, tenendo separato quello delle pecore nere, che sarebbe stato usato insieme alla canapa per fare il “bigello”, una stoffa per indumenti inver­nali.

L’operazione successiva veniva denominata “scardàz” e consi­steva nella pettinatura della lana fra due tavolette di legno munite di denti di ferro, comunque diverse da quelle usate per la canapa. Si otteneva così una soffice bambagia, che poteva essere filata con la rocca e col fuso. Dal fuso all’arcolaio e alle matasse, a questo punto sì, i passaggi erano praticamente quelli già descritti per la canapa.

Per sbiancare le matasse, le si metteva in una grande botte coperta da un telo, in cui si faceva bruciare dello zolfo; perché erano proprio i vapori di zolfo a rendere bianca la lana. La lana bianca serviva a lavorare coi ferri maglie da pelle, mutandoni lunghi e calzettoni, sempre rustici e pungenti, ma caldi.

“Bigello”, “rigatino” e altre tessiture domestiche

Unendo il filato di canapa e quello di lana scura, si otteneva un tessuto abbastanza pesante, buono per affrontare i rigori inverna­li, con cui si confezionavano in casa giacche, corpetti e pantaloni da uomo. Era questo il “bigello”. Nel telaio, la canapa determinava l’ordito e la lana la trama. Ne veniva un colore grigio, da cui il nome dato al tessuto.

Per gli indumenti estivi, si preparava invece una tela più leg­gera, ottenuta con ordito di filo di cotone, che veniva comprato in città, e trama di filo di canapa, precedentemente tinto di blu. Anche la tinta, se non la si era preparata in casa, poteva essere comprata in città, nelle stesse drogherie che vendevano il filato di cotone. A Imola ce n’erano due molto fornite: Ferrari e Mattei. La stoffa così ottenuta prendeva il nome di rigatino, “rigadé” in dialetto; ma non risultava a righe, bensì irregolarmente colorata in blu, come la tela jeans. Nel Novecento si cominciarono a produrre a livello industriale grandi quantità di rigatino, realizzato però esclusivamente come tela di cotone.

In campagna, anche le coperte venivano tessute in casa. L’ordito era dato dal filo di canapa o di cotone. Quanto alla trama, ve­nivano usate contemporaneamente più spole, ognuna delle quali inseriva un filo di lana di diverso colore. Ne derivavano disegni geometrici belli e talvolta anche complessi, che le contadine chia­mavano “tela operata”. Acquistare le tinte in drogheria era abitudine diffusa già nei primi decenni del secolo scorso. Le contadine più anziane cono­scevano però anche altri sistemi, semplici e poveri, coi quali si otteneva una gamma limitata di colori.

Il grigio scuro poteva essere preparato tritando la scorza del ca­stagno selvatico e lasciandola macerare in acqua per una decina di giorni. Per il grigio chiaro occorreva invece della cenere di paglia, che veniva messa in acqua, poi filtrata e fatta bollire. Il marrone scuro era dato dalla fuliggine del camino messa in acqua con sale ed aceto, che fungeva da fissatore. Dal precedente intruglio si po­teva ricavare il color ruggine, aggiungendovi scorza di susino e facendo bollire. Un giallo pallido si otteneva bollendo in acqua la scorza del frassino. Infine, un colore scuro tendente al blu veniva dalla bollitura in acqua dei frutti di sambuco.