Visita ai principali Monumenti. Imola Guida Storico Artistica (1962) F. Mancini A. Meluzzi.

Piazza Matteotti, Imola. Foto di Guido Antonio. Flickr.

La visita ai monumenti della città ha inizio dalla piazza Matteotti, da considerarsi per la bellezza degli edifici che la delimitano e per l’elegante nobiltà del­l’insieme una delle più belle della Romagna. Nella piazza, verso sud, è la chiesa del Suffragio con bella facciata in cotto dell’architetto Lorenzo Mattoni. Nell’interno alcuni quadri di valore, tra i quali una «SS. Trinità» di G. Giuseppe dal Sole. (1654-1719) e « La Vergine col Bambino e S. Felice » di Carlo Cignani (1628-1719).

Imola, Piazza Matteotti con la chiesa del Suffragio.

Verso ovest sorge il Palazzo Comunale che conserva ancora nei capitelli e negli archi del portico sulla via Emilia, oltre che in qualche interno, evidenti tracce che attestano una originaria costru­zione austera e solenne di stile romanico e un succes­sivo ingrandimento gotico con eleganti quadrifore in cotto e pietra viva. Fu iniziato ai primi del sec. XIII quando il Comune acquistò un casamento in piazza o campo di S. Lorenzo per ricavarne la necessaria area.

La chiesa di S. Lorenzo, sorta poco dopo quella di S. Maria in Regola, forse verso il sec. VII come fa­rebbe credere un avanzo di transenna tardo-bizantina con tralci di vite e una colomba trovato in loco e un ca­pitello traforato rinvenuto tra materiali di rifiuto a porta Mazzini, aveva attorno e dietro il coemeterium, dive­nuto poi piazza. Un ampio nartece ne ornava la fac­ciata e di fianco s’apriva un vasto chiostro, ed era con­siderata tra le chiese cittadine la più importante, prima dopo la cattedrale suburbana di S. Cassiano. L’edificio bizantino, secondo notizie non controllabili, era di vaste proporzioni, a forma basilicale con cinque finestre per lato in alto alla maniera ravennate: fu completamente rifabbricato alla fine del sec. X da Ricciardo Alidosi. Anche questa nuova costruzione rovinò e la chiesa, mu­tata in orientamento e proporzioni, fu ricostruita sul finire del sec. XVIII dall’architetto Lorenzo Mattoni, per essere soppressa e chiusa nel 1805.

Il piccolo palazzo vecchio divenne ben presto in­sufficiente e, perciò, nel medesimo secolo XIII, fu ampliato con l’aggiunta di una nuova costruzione, a nord della via Emilia, denominata palazzo del popolo, collegata alla precedente mediante voltone. L’attuale facciata e il rifacimento dell’interno risalgono agli anni 1745-1771 e sono opera di Alfonso Torreggiani e di Cosimo Morelli. Di poco posteriori sono le im­magini di S. Cassiano e S. Pier Crisologo dipinte nel 1774 nelle due nicchie ai lati del balcone da Gaspare Bigari, cui sovrasta la Madonna col Bambino, opera degli scultori ravennati Celio e Giovanni Toschini.

Palazzo Comunale Imola. Foto Circondario Imolese

All’interno notevole il grande scalone di Alfonso Torreggiani (+ 1764) che conduce alle sale della resi­denza del sindaco, già appartamento del magistrato. La prima porta a destra conduce alla Sala I: alle pareti « Taddeo della Volpe » condottiero della Repubblica Veneta, quadro di autore ignoto; « Scipione Carradori » capitano di Carlo Magno, quadro del sec. XVII. Lungo la sala, sei sedili di attesa del sec. XVIII.

Sala II o del balcone: a destra targa commemorativa del passaggio da Imola di Pio VII nel 1814. A destra si passa nella Sala III, prima della residenza: tra le finestre, meda­glione raffigurante Pio IX, qui posto nel 1857 a ricordo della sua visita. Il camino e la specchiera sono di stile rococò, originali. Ai lati del medaglione due portantine settecentesche già in uso al magistrato e al gonfaloniere, prodotto d’arte locale la prima, veneziana la seconda. La sala è decorata da Alessandro della Nave (1732-1826) con figura della Giustizia di Giacomo Zampa (1722-1808). I medaglioni agli angoli rappresentano i giuristi e let­terati imolesi Tartagni, Giovanni da Imola. Rambaldi, Flaminio.

Sala IV, seconda della residenza: a destra copia del quadro di Guido Reni « La strage degli innocenti » dell’imolese Giuseppe Manara; a sinistra copia della SS. An­nunziata di Firenze. Agli angoli due mappamondi stam­pati a Roma nella calcografia di Domenico Rossi nel 1695. Anche questa sala è decorata da Alessandro della Nave e da Giacomo Zampa che dipinse la Vanità.

Sala V, terza della residenza: la volta è decorata dai medesimi autori: al centro è rappresentata la Gloria e ai lati la Pittura, l’Aritmetica, l’Architettura, la Scienza. Alle pareti le quattro specchiere sono originali del sec. XVIII.

Sala VI: i mobili sono di stile impero; un pregevole trumeau porta la data 1749.

Sala VII: vi è una grande specchiera a muro, di stile impero, parzialmente restaurata. Si ritorna nella sala del balcone e si entra nella sala d’aspetto ornata da Antonio Villa e da Angelo Gottarelli che dipinse le due figure della Religione e dell’Impero. Il camino e la specchiera in stile rococò sono originali. Di qui si accede alla cappella decorata dai medesimi Antonio Villa e Angelo Gottarelli: questi vi raffigurò i santi patroni della città. Notevoli due grandi poltrone originali del ‘700. Ritornati ancora nella sala del balcone si entra a sinistra nella anticamera della sala consigliare dove si trovano due poltrone identiche a quelle della cappella. Da essa si entra nella sala consigliare, sulle cui pareti sono i busti di illustri cittadini imolesi: Andrea Costa. Giovanni Codronchi Argeli, Giuseppe Scarabelli, Anselmo Marabini, e una la­pide a Francesco Alberghetti.

Di fronte sorge l’imponente costruzione del Palazzo Sersanti, di puro stile rinascimentale edificato per ordine di Girolamo Riario da maestro Giorgio Marchesi da Settignano, detto Fiorentino, negli anni 1480-1482. La facciata si adorna di 14 archi con colonne in arenaria rifatte, perchè collabenti, nel 1888 insieme con i capi­telli compositi sormontati dai pulvini brunelleschiani. Le ghiere degli archi, le fasce marcapiano, le cornici delle finestre e il cornicione sono in terracotta fine­mente lavorata. L’insieme, per l’armonia delle parti e la policromia dei materiali, è di una singolare ele­ganza tanto che può ritenersi la gemma delle opere di maestro Giorgio in Imola.

Palazzo Sersanti. Immagine Fondazione Cassa Risparmio di Imola

Fu denominato palatium domitii e palazzo Riario, poi dei Garzolari e Capestrari cioè degli artigiani del lino e della canapa che vi avevano le loro botteghe. Sotto il suo loggiato, detto il pavaglione, per lungo tempo si svolse il mer­cato dei bachi da seta. La prima bottega all’angolo della via Emilia e l’altra posta in quella strada, pri­ma della soppressa chiesa di S. Sebastiano, furono adibite ad uso della gabella del ceppo grosso: nelle tre ultime verso la chiesa del Suffragio, dove erano le prigioni, ebbe la sua prima sede nel 1512 il Monte di Pietà, per dare posto al quale furono in quell’anno liberati tutti i prigionieri. L’attuale denominazione di palazzo Sersanti gli viene dalla famiglia che lo tenne in affitto nel secolo scorso.

La costruzione non fu mai completata. Sembra che dovesse ricoprire l’intero quadrilatero fino all’attuale via C. Morelli, o almeno fino al vicolo Pirazzoli, e Palazzo Sersanti che tutto attorno dovesse girare l’elegante portico con le botteghe. Poco lontano, verso mezzogiorno dov’è ora un cinema estivo, era il giardino cui dava accesso un arco in cotto, ancora esistente, molto simile a quelli della facciata. Ai piani superiori si accede per una scala ricavata nel vano di una bottega: si pensa che l’entrata principale non dovesse costruirsi da questa parte. I locali al primo piano sono stati restau­rati nel 1925. Notevole il salone decorato con stile ecclettico del tempo da artisti locali.

Campanile di Santa Maria in Regola, XII sec.

Proseguendo lungo la via Emilia si trova subito a destra tra via Cosimo Morelli e via Laderchi il campanile romanico di S. Maria in Regola situato accanto alla chiesa omonima. Eretto nel 1180 con tutta probabilità trasformando il campanile pri­mitivo di dimensioni minori o altra costruzione più antica, presenta una forma rotonda irregolare con eleganti finestrine a tutto sesto, ora chiuse, che costi­tuivano la cella campanaria. In epoca successiva non definita, ma certo nel sec. XIII, fu sopraelevato e vi si costruì la nuova cella con bifore a sesto acuto e una guglia gotica « lunga… puntuta », che rovinò nel 1803.

La chiesa, ricostruita da Cosimo Morelli nel 1782 sia nella facciata sia nell’interno dipinto da Alessan­dro della Nave e Antonio Villa, è detta S. Maria in Regola perchè, secondo la tradizione, la primitiva chiesa sarebbe stata fondata nel luogo in cui sorgeva un teatro romano (arenula da cui per corruzione renula, regula), sempre che la sua origine non sia invece monastica, come tutto fa supporre; in tal caso « Regola » si rifarebbe alle disposizioni di S. Bene­detto, note e trascritte alla fine del sec. VI anche fuori d’Italia. All’interno conserva ancora nell’altare maggiore tre pezzi di scultura bizantina della fine del sec. VI, e cioè due transenne finemente traforate e un pilastri­no, già parte di un altare primitivo dedicato alla B. Vergine con una iscrizione che ne ricorda l’ere­zione per volontà di Basilio monaco e vescovo d’Imo­la, che potrebbe essere stato lo stesso fondatore della chiesa. Dietro questo altare è stata posta una Croce in sasso, scolpita da entrambe le parti con l’immagine di Cristo crocefisso, da un lato morente e dall’altro trionfatore con la corona regale sul capo.

E’ questa una delle croci stazionali che nel Medio Evo si ponevano lungo le strade principali per indicare un ospizio o una chiesa. Questa doveva essere all’angolo della via Emilia e si fa risalire al sec. XI. Altre croci di questo tipo si conservano nella nostra città e preci­samente: 1) la Croce ricordata in un documento del 1047 posta nella zona di S. Spirito, ad indicare l’ospizio e la chiesa dedicati a S. Vincenzo diacono e martire. E’ la più antica e nella sua cruda espressività evidenti sono gli indussi barbarici (è nel Museo Diocesano): 2) la Croce di S. Cassiano nella Croce Coperta, ricordata nel 1085 quando si scopri la colonna romana che an­cora la sostiene: potrebbe essere stata scolpita in que­gli anni e posta con la colonna sotto una edicola (nella imminente ricostruzione della chiesa, più arretrata del­l’attuale per dar modo di continuare il viale che con­giunge Imola col Piratello, si edificherà un sacello a custodia di questi cimeli che assumeranno collocazione e posizione molto simili all’antico); 3) la Croce di S. Pie­tro in Laguna, antica chiesa che sorgeva nell’angolo tra le attuali vie XX settembre e Garibaldi: è molto simile alla precedente e porta scolpiti l’agnello e altri sim­boli cristiani (è nel Museo Comunale); 4) la Croce di Croce in Campo, chiesetta lungo l’anello del nuovo circuito, destinata a scomparire: questa croce è l’unico ricordo di « Castel d’Imola » che sorgeva nei pressi e fu distrutto nel 1222. Anche nella chiesa di S. Domenico si trova una croce scolpita posta sopra una colonna, ma si tratta di una scultura del sec. XV.

Croce stazionale del sec XI (Chiesa di Croce Coperta)

Nella chiesa si conservano altre cose pregevoli: un sarcofago (sotto il secondo altare a sinistra), dove nel 1375 l’abate Uberto pose le reliquie di S. Sigismondo che fu re di Borgogna nel sec. VI. Di questa colloca­zione parla la lapide, posta ora nella parete a destra del medesimo altare, che presenta anche una rozza scultura con la figura di un pellegrino inginocchiato davanti al santo: un tabernacolo in sasso scolpito nel sec. XV si trova nella parete sinistra del presbiterio; nella cappella di S. Sigismondo vi è pure il quadro della « Natività di Maria » della bolognese Antonia Pinelli dipinto nel 1626, mentre nel secondo altare a destra vi è un « Cristo morto », terracotta eseguita da G. Batt. Graziani nel 1797 e una tela dell’imolese Righini rappresentante « La Madonna fra s. Giovanni Battista e la Maddalena ».

Chiesa di Santa Maria in Regola. Memoria traslazione del corpo di San Sigismondo

L’attiguo chiostro fu trasformato nel 1631 forse ad opera del maestro Ercole Margiochi o Fichi da Toranello che, accentuando gli elementi architettonici fon­damentali, ottenne nell’insieme un solenne ambiente chiaroscurato. Vi si conservano alcuni affreschi attri­buiti a Pietro Bacchi da Bagnara, peraltro molto rovinati. Attualmente si è dato inizio a una serie di lavori di sventramento che permetteranno di isolare il cam­panile dalle casupole che gli si addossano, rendendolo visibile dalla via Emilia oltre che dalle vie Quaini e Manin.

A nord della via Emilia, quasi di fianco alla chiesa di S. Maria in Regola, sorge imponente la chiesa di S. Agostino ricostruita da Domenico Morelli e dal figlio Co­simo verso il 1760. Nella scialba facciata, però, vi sono ancora tracce romaniche del sec. XII in un rosone fine­mente lavorato e un coronamento forse a mensoline lungo la facciata a capanna. Allora era la chiesa di S. Michele e qui si trasferirono gli Agostiniani nel 1351 dal loro primo convento fuori la porta del Piolo. Internamente si possono ammirare le statue del bolognese Angelo Pio (1690-1769), tra le quali notevole il gruppo di « S. Michele che atterra il demonio » sopra la porta d’ingresso, e alcuni quadri: « S. Nicola da Tolentino » di Ubaldo Gandolfi (1728-1781), « Cristo fra i manigoldi » di Lorenzo Garbieri (1580-1654), « La crocefissione e Le anime del purgatorio » di Marcantonio Franceschini (1648-1729).

Continuando per la via Emilia si passa sotto l’antico arco che mette in via Laderchi che, con la casa ac­canto che fu dei Vaini, risale al 1334, e si giunge in via dei Mille dove si trova la Casa Gandolfi che riporta il visitatore al periodo di sviluppo mo­numentale della città voluto dai Riario Sforza, anche se non risulta tra i beni da questi rivendicati nel 1581. Infatti le sue bifore ormai cadenti ci ricordano il palazzo Calderini più oltre descritto, mentre nel­l’interno, trasformato nel 1700, è ancora visibile di­pinta sulla parete di una stanza al piano terreno l’in­segna di Caterina Sferza. Da ciò può dedursi che questo edificio, come i palazzi Calderini e Macchirelli, dovette appartenere a famiglia legata agli Sforza, il cui stemma in segno di deferenza e lealtà veniva posto all’esterno o all’interno della casa.

Poco più oltre si giunge alla piazzetta della chiesa di S. Maria dei Servi. Questa chiesa, che sorge accanto al settecentesco oratorio di S. Macario, fu edificata nella prima metà del sec. XIV e ricostruita nel 1500-1502. Notevole il portichetto, di recente restaurato nella sua struttura sobria e classicamente elegante, e il portale finemente scolpito in arenaria con una iscrizione dedicatoria, la data 25 aprile 1505 e gli stemmi di Giulio II, dei Sassatelli, dei conti Della Bordella, dei Pagano e dei Lardiani, queste ultime nobili famiglie strettamente legate alla storia imolese.

L’interno ad unica navata è armonioso e proporzio­nato, tanto da suggerire a qualcuno i nomi di Giuliano e Antonio da Sangallo, attribuzione peraltro non docu­mentata. Nell’abside, entro una ricchissima ancona do­rata, eseguita nel 1680 dall’imolese Giuseppe Giuliani, si trova una antica immagine della « B. Vergine col Bambino » stilisticamente da riferirsi ad autore bizan­tino attorno al sec. XII molto venerata in seguito alla liberazione della città dalla peste del 1630-34. Agli altari laterali quadri del bolognese Domenico Viani (1668-1711): « S. Pellegrino Laziosi e S. Filippo Benizi » del 1699, e di Giuseppe Bartolini (1654-1725): «La Beata Giuliana Falconieri ».

Si torna in città e si volta a destra nel viale Ed­mondo de Amicis e ancora a sinistra nella via Cavour, l’antica via Gambellara, ricca di dimore patrizie. Al­l’angolo con la strada omonima si trova la casa Ettorri ora Solferini, costruita sul finire del sec. XV ma molto rovinata. Presenta tuttavia chiari riferimenti rinascimentali nella facciata, nel cortiletto interno e nei capitelli dell’androne. Qui nacque Pietro, della nobile casata degli Ettorri, insigne giurista, teologo e gonfaloniere di Imola.

Poco oltre, dall’altra parte della medesima via Ca­vour si erge superbo il palazzo Calderini sede della Pretura dal 1897. Fu costruito nel 1483 per Pier Paolo Calderini magistrato dei Riario Sforza dal maestro Francesco Fuzzi da Dozza, quello stesso che in Imola nel medesimo tempo attendeva alla fabbrica della canonica della cattedrale e che a Bolo­gna aveva lavorato al palazzo dei Notai e alla bel­lissima chiesa della Santa. Appartiene quindi al più fiorente periodo rinascimentale imolese legato al nome di mastro Giorgio Marchesi e ai suoi figli. Molti ritengono che il disegno di questa meravigliosa opera fosse dato da lui: troppo evidenti sono i rapporti con l’arte brunelleschiana di Michelozzo del palazzo Me­dici fiorentino, della quale questa costruzione imolese è esempio raro fuori Firenze e certamente lontano dall’ambito culturale di Francesco Fuzzi.

La facciata, recentemente restaurata, appare ora nella sua mae­stosità e nello stupendo chiaroscuro del bugnato de­gradante, delle bifore e del cornicione in cotto che anche qui si sposa al grigio della pietra viva. L’edificio però restò incompleto, probabilmente per il crollo avvenuto durante i lavori e solo più tardi fu completato. Successive trasformazioni interne eseguite per rendere più alte le stanze del primo piano resero inutilizzabile il secondo che divenne un sottotetto, mal­grado le pareti portino ancora lunghi tratti d’intonaco affrescato oltre alle tracce di incendio che lo stabile subì durante le lotte politiche del giugno 1914.

Dal lato opposto della medesima via si trova la chiesa di S. Agata antico edificio sacro che nel 1592 venne affi­dato ai Gesuiti che lo fecero ricostruire completamente nel 1605 dai fratelli Mari e vi unirono un vasto conven­to in cui ancora si notano, alquanto malconci, uno sca­lone e una biblioteca. Nell’interno della chiesa Alfonso Torreggiani aggiunse gli eleganti coretti tra pilastro e pilastro. Notevoli i quadri quasi tutti della cerchia carraccesca bolognese del sec. XVII: « S. Cecilia » di Lucio Massari, dipinta nel 1620-25: « S. Francesco Saverio » e « S. Ignazio di Loyola » di Giacomo Cavedone: « La presentazione ai tempio », « S. Teresa », « S. Agostino » di Giacomo Bolognini: « Il martirio di S. Agata » di Lio­nello Spada, nell’abside, molto rovinato: » S. Pietro », « S. Andrea » e « S. Giovanni Battista » di scuola guercinesca.

Si giunge all’incrocio con la via Appia e si volta a sinistra verso il centro. Poco dopo si nota a destra il Palazzo Pighini che prende il nome dalla famiglia che ne fu proprie­taria per molto tempo. Fu edificato nella seconda metà del Duecento (il primo atto che lo ricorda è del 1290) e appartenne alla famiglia Petroboni da Dozza e San Prospero. Passò ai conti di Cunio, che furono celebri guerrieri di Romagna, forse nel 1296 quando il loro castello sulla riva del fiume Senio fu distrutto dai faentini. Prima del 1388 fu sede dei podestà di Imola. E’ l’unico esempio di casa medievale che resta in città. La facciata, restaurata tra il 1917 e il 1920, serba ancora i caratteri originali: severamente gra­ziosa, con alcune feritoie a sguancio qua e là, è resa gentile dalle finestre monofore e dalla bifora disposte irregolarmente, mentre in basso i quattro portali archiacuti si aprono nella leggera scarpata. Verso l’alto un cordone di pietra con tavole di sasso sovrap­poste indica l’antico gocciolatoio.

Palazzo Pighini, XIII sec.

Palazzo Pighini, XIII sec.

A fianco del palazzo era la casa del grande giurecon­sulto Alessandro Tartagni. Dietro, dove è ora la sede dell’ENAL, si apriva un ampio spazio detto « Guasto dei Sassatelli » nome che si rifà alle lotte tra Sassatelli e Vaini, i quali ultimi nella notte del 22 maggio 1522 distrussero qui una delle otto case che i Sassatelli possedevano in città. Si percorre tutta la via fino al centro della città e poi si prosegue per via Mazzini (a sinistra è la chiesa di S. Carlo con una terracotta dello Scandellari sulla facciata), viale Dante e viale Galli.

Entro il perimetro dell’Autodromo a circa Km. 1 si giunge al Colle del Castellaccio dalla cui cima si ammira un bel panorama della città ove il rosso dei mattoni si alterna al verde delle pian­te. E’ situato nel quieto e fresco parco delle acque minerali e fu sede dei primitivi abitanti di Imola che vi s’installarono circa 10.000 anni fa e vi costruirono i loro villaggi di capanne durante l’età della pietra e gran parte dell’età del bronzo, per circa 7.000 anni. I materiali preistorici rinvenuti in grande quantità su questo colle dall’illustre scienziato imolese Giu­seppe Scarabelli, conservati nel locale Museo Civico, forniscono una ricca e completa documentazione sulle prime civiltà nell’imolese.

Ritornati in città, si prende la via Emilia verso Bo­logna e si trova a destra il Palazzo della Volpe già «Albergo al Cappello», tra le vie Orsini, Emilia e il vicolo Troni. Con la sua ampiezza attesta ancora l’uso per cui fu costruito. Ideato per Girolamo Riario, probabilmente da maestro Giorgio Fiorentino e co­struito dai figli di costui Antonio e Checco, fu ulti­mato tra il 1480 e il 1484. Fu in origine un albergo a nome «Al Cappello», costituito da una parte resi­denziale e dotato di grandi scuderie oltre che di tutti i servizi che tale uso comportava. Visto nel quadro dello sviluppo edilizio voluto dal Riario, questo edi­ficio, che poteva ospitare un notevole numero di per­sone, che dobbiamo supporre nobili e cavalieri dato il tipo di albergo, permetteva ai Riario Sforza di tenere corte in Imola, ogni qual volta vi si trasferis­sero da Forlì.

Palazzo della Volpe, Imola.

La struttura di questo monumento è veramente imponente: sul davanti, cioè in via Orsi­ni, un cortile chiuso da tre lati e aperto verso la strada si adorna nella parete in fondo di un portico a quattro arcate in basso e di una loggia cieca con colonne in arenaria; verso la via Emilia vi sono in basso ancora gli archi in cotto delle cinque botteghe originali e, sopra una elegante cornice pure in cotto che gira anche nei due corpi laterali del cortile, i resti delle finestre che dovevano essere bifore con colonnina centrale in arenaria e arco superiore in cotto secondo lo stile armonioso dei monumenti imolesi di questa epoca. Verso il vicolo Troni si vedono ancora le tracce delle tre vastissime scuderie, presso le quali fu dal secolo XVI al XVIII la rinomata fon­deria di campane dei Landi imolesi.Tutto il palazzo ha urgente necessità di restauro, mentre è auspicabile che non ci si permetta più di peggiorarne le condizioni.

Di fronte al palazzo Della Volpe sulla via Emilia si trova la Farmacia dell’Ospedale S. Maria della Sca­letta, modello originale di bottega costruita sul finire del Settecento e attivata nel 1794. Ivi era anticamente l’Ospedale di S. Francesco tenuto dai terziari france­scani, trasformato in seguito in casa privata. La far­macia fu qui trasferita dal palazzo Sersanti dove ebbe la sua prima sede. Faentine e imolesi sono le belle ceramiche, oltre quattrocento, che si vedono alli­neate negli scaffali, e tutte del tempo. Una elegante colonna divide l’ambiente in quattro settori le cui volte sono decorate da Alessandro della Nave che vi ha immaginato quattro ringhiere aperte su un giar­dino e adorne di busti e figure allegoriche. L’arreda­mento molto elegante si impreziosisce di due nicchie in alto con le statue della Madonna e di S. Rocco, terrecotte del faentino Gianbattista Graziani (1762- 1835), come le altre che stanno sugli scaffali a destra e a sinistra delle due nicchie.

Farmacia dell’Ospedale Santa Maria della Scaletta, Imola.

In questa farmacia, nel secolo scorso si riunivano clandestinamente i « moderati » che tanto hanno con­tribuito alla soluzione politica del 1859. Nel 1928 la facciata fu rifatta in stile dell’epoca su disegno del­l’architetto bolognese Gualtiero Pontoni. Il nome di S. Maria della Scaletta le deriva dal fatto che apparteneva all’antico ospedale omonimo affidato alle cure dei Devoti di Maria. Questo ospedale esisteva già nel sec. XIII insieme con tante altre pie istituzioni che avevano lo scopo di alloggiare i pellegrini e di esercitare le altre opere di misericordia. Difficile sarebbe farne un elenco. Si ricor­dano fra i più antichi l’ospedale di S. Giorgio sul Correcchio, di S. Vitale nel Castel di S. Cassiano, di S. Maria in Valverde, di S. Vincenzo a S. Spirito, di S. Giacomo sul Santerno, di S. Bernardo della Confra­ternita della Misericordia che soccorreva i condannati a morte, dei Vergognosi presso S. Egidio, di S. Giacomo dei Beccari, di S. Antonio Abate fuori porta Spuviglia, di S. Lazzaro sulla via Emilia verso Faenza per la cura degli appestati, oltre a quello già ricordato di S. Fran­cesco.

Nel 1409 furono uniti all’Ospedale di S. Maria della Scaletta quelli della Misericordia e di S. Giacomo. Nel 1488 papa Innocenzo VIII vi uni altri quattro ospedali della citta, e precisamente quelli di S. Francesco, S. Ber­nardo, S. Giacomo dei Beccari e S. Antonio Abate. La sua sede era in piazza Grande a destra di vicolo Giudei. Ora la costruzione è tutta rimaneggiata, ma in una stam­pa del 1840 vi si nota ancora una bella loggetta al primo piano. All’Ospedale era unito il Brefotrofio degli Esposti di tutta la Diocesi. Accanto ad esso nel 1548 a cura del cardinale Gianbattista Della Volpe, fratello del con­dottiero Taddeo, sorse il « Conservatorio delle Don­zelle » per le fanciulle povere. Nel 1800 l’Ospedale si trasferi fuori porta Bologna nell’edificio iniziato nel 1781 su disegno di Cosimo Morelli.

Proseguendo per la via Emilia a sinistra si eleva au­stera e grandiosa, leggermente curvata, la facciata del Palazzo Sassatelli-Monsignani ultimato poco dopo il 1522. Precedentemente questo fabbricato aveva costituito con l’attiguo palazzo Della Bordella (che fu dei Nicoletti e fa angolo con la via dell’Ulivo detta dell’In­ferno) un unico insieme di proprietà dei Sassatelli che nel 1389 li comperarono dagli Alidosi fin da allo­ra ingrandendoli e ricostruendoli. Da queste case par­tirono quelle spedizioni punitive dei Sassatelli contro i Vaini, che nei primi anni del ‘500 insanguinarono il territorio imolese, e queste stesse case più volte su­birono attacchi, devastazioni e incendi ad opera dei Vaini. Qui, (secondo più recenti ricerche, invece, a palazzo Sersanti), durante una festa da ballo offerta da Cesare Borgia ai suoi condottieri riuniti per l’impresa di Faenza, nel 1501, fu ucciso a tradimento il nobile cavaliere Guidarello de’ Guidarelli il cui monumento funebre si ammira a Ravenna all’Accademia di Belle Arti.

Questo palazzo conserva per due lati del cortile un porticato con colonne in arenaria, nei cui capitelli stanno gli emblemi di Giovanni Sassatelli detto Ca­gnaccio, ed eleganti portali scolpiti; al primo piano vi corrisponde nel lato ovest una elegante loggetta con capitelli corinzi e in alto un coronamento in cotto. Molte sale conservano ancora, non ostante i rimaneg­giamenti, le decorazioni dipintevi da Giacomo Succi, Angelo Gottarelli e Antonio Villa. Notevole in fondo a destra del cortile un camino affrescato da Barto­lomeo Cesi con episodi della famiglia Sassatelli. Tipica dimora gentilizia, con un elegante scalone ma­nomesso, ricorda gli altri numerosi palazzi che dal Rinascimento in poi, ma specialmente nel ‘700, si aggiun­sero alle grandi fabbriche dei Riario e arricchirono le strade della città dandovi quell’aspetto distinto e riser­vato che ancora conserva, mentre gli interni erano espressione di una tranquilla agiatezza provinciale.

Palazzo Tozzoni, scalone monumentale.

Si possono ricordare il Palazzo Codronchi, ora Marchi, del sec. XVI in via S. Pier Crisologo; di Domenico Tri­fogli, l’architetto comense che nel 1710 giungeva a Imo­la al seguito del cardinale Gozzadini, il Palazzo Tozzoni in via Garibaldi, con un monumentale scalone, e il Palazzo Codronchi all’angolo tra la via Garibaldi e il prato della rocca; il Palazzo Mambrini in via Cavour con lo scalone attribuito ad Alfonso Torreggiani; di Lorenzo e Cosimo Mattoni il Palazzo Dadina in via Verdi (fu delle suore Domenicane), e il Palazzo Miti-Zagnoni poi Raffi in via Emilia con accanto il Palazzo Zampieri sede della vecchia Pretura; di Domenico Mo­relli il Palazzo Casoni, anche questo con un nobile scalone; di Luigi Morelli il Palazzo del cardinale Alessandretti ora delle suore di S. Teresa, e il Palazzo Porzi, ora Berti Ceroni, in via Cavour; di Felice Porrini il Pa­lazzo Zappi-Recordati nella piazzetta di S. Domenico; il Palazzo Bianconcini, ora Poggiali, con dipinti del Del­la Nave e pannelli di Cincinnato Baruzzi; il Palazzo Vacchi del sec. XIX, dovuto a Cesare Costa e altri.

Ai palazzi di città corrispondevano nelle campagne le ville. Ve ne sono ancora di molto belle. Per la antichità e la storia ricorderemo quelle di «Montericco» dei conti Pasolini, e di «Torano» dei Vescovi d’Imola, entrambe del sec. XVII. Quasi di fronte al palazzo Monsignani si trova il pic­colo giardino Francesco Alberghetti (la statua è dello scultore imolese Giuseppe Bettelli) su cui si affaccia l’abside della antica chiesa di S. Francesco, iniziata nel 1359 ed eretta sul tipo della basilica di Assisi, con chiesa superiore ed inferiore. Accanto ad essa sorse un grandioso convento con due chiostri che vennero com­pletamente trasformati nei secoli XVII-XVIII. Alfonso Torreggiani disegnò l’imponente scalone e i fratelli Mat­toni, il Petrocchi e Cosimo Morelli vi attesero via via ai lavori. La chiesa superiore fu trasformata in teatro su progetto di Giuseppe Magistretti nel 1810-1811, e la inferiore ebbe molte destinazioni.

Biblioteca Comunale, Scalone.

L’ex convento è ora sede delle Raccolte Storiche Artistiche Comunali. L’accesso è in via Emilia 80. Si entra in un corridoio lungo il quale sono cippi, stele e lapidi romane. A de­stra inizia il Museo, fondato nel 1857.

  • Sala I: è il cassero dell’antico campanile. Vi si con­servano resti bizantini e medievali tra cui: un «pulvino» del sec. VI dalla prima cattedrale; un «fram­mento di transenna», un «frammento ornamentale» e un «capitello» del sec. VII-VIII dalla antica pieve di S. Lorenzo; una «Croce Stazionale» del sec. XI da S. Pietro in Laguna, un «timpano» dalla chiesa di S. Vincenzo; vari frammenti romanici; il calco in gesso della campana di S. Lorenzo del 1368; il calco in gesso della antica campana del Piratello fusa nel 1492 per vo­lere di Caterina Sforza; frammenti del calco in gesso della campana dei 100 pacifici fusa nel 1577 e altri oggetti dei secoli successivi.
  • In fondo a sinistra sono le Sale II-VII: contengono collezioni di storia naturale: notevoli i minerali e i fossili dell’Appennino raccolti da G. Scarabelli, la collezione di coleotteri di Odoardo Pirazzoli, una delle più importanti d’Italia, l’erbario di Giacomo Tassinari con 5000 specie, quasi tutte italiane e alcune rarissime. In queste sale si trova inoltre una raccolta di cera­miche, bronzi e argenti del Cile e del Perù precolom­biani con materiale pregiatissimo, e la sezione preisto­rica con oggetti provenienti dalle stazioni del Castellaccio, di S. Giuliano di Toscanella, della Prevosta, ecc.
  • Si passa nelle Sale VIII-IX con gli oggetti villanoviani ed etruschi; i mosaici romani del sec. I a. C. (a fondo unitario bianco con tessere nere o frammenti di marmo, policromi na­turalistici) e dei secoli I e II d.C. (con motivi ornamen­tali geometrici stellari o ortogonali); oggetti romani con frequenti riferimenti alla attività teatrale (maschere); rari e importanti oggetti di oreficeria longobarda; una notevole raccolta di monete (circa 8000 pezzi) di età ro­mana e di epoche più recenti con particolare riferi­mento alle zecche degli stati italiani e alla zecca pon­tificia; infine una collezione di ceramiche imolesi e faentine tra le quali interessanti boccali a sgraffio dei secoli XIV-XV.

A destra del corridoio di entrata è il Museo del Risorgimento con cimeli, armi, bandiere, ri­tratti, relativi alla storia del Risorgimento nella città di Imola, dai documenti della Repubblica Cispadana e Cisalpina, del Regno e dell’Impero Napoleonico, a quelli della Restaurazione e dei Moti del ’21, del ’31, del ’48, ai ricordi dei patrioti imolesi combattenti a Cesena nel 1832 e ai documenti riguardanti il plebiscito del 1859 e anni successivi. Notevoli i cimeli dei Pontefici Pio VII e Pio IX.

Per lo scalone, decorato da Alessandro della Na­ve e Antonio Villa, si sale in un ampio vestibolo (al­le pareti ritratti di imolesi illustri dei secoli XIV- XVIII) e in fondo a sinistra alla Biblioteca isti­tuita nel 1608, ricca di circa 140.000 volumi e 137 tra incunaboli e codici pergamenacei, raccolti questi ulti­mi nella bella sala antica della biblioteca conventua­le: vedere il Salterio latino del ‘200 con miniature di fattura inglese, un Dante miniato del sec. XV, una Bibbia ebraica, oltre alle pergamene del Barbaros­sa, di Cesare Borgia, Leone X (con firma del Bembo), Carlo V, Luigi XIV. Alla biblioteca sono aggregati l’Archivio Storico Comunale dal 1084 al 1900 e l’Ar­chivio Notarile con 8000 volumi dal sec. XIII in poi.

A destra dell’atrio è la Pinacoteca, inaugurata nel 1938.

  • Sala I: «Madonna della Pietà» di scuola romagnola del ‘400; Madonna col Bambino e i Santi Giovanni Evangelista e Francesco» di scuola romagnola della fine del ‘400; «Trittico con la Vergine in trono, S. Cri­stina e S. Pietro martire» del sec. XV con lo stemma dei Cattani di Toranello; «Madonna col Bambino» «S. Cristoforo» e «Fregio» di Giovanni da Riolo, pro­venienti dal caffè di via Emilia 120; «Madonna in trono» e «Frammento decorativo» di Cristoforo Sca­letti (1425) provenienti dalla antica chiesa dei santi Paolo e Donato in via Emilia dov’è ora il caffè Sganaplino; «S. Cristoforo» di Tomaso Cardello (1469) e «Madonna in trono» provenienti dalla antica porta dei Servi ab­battuta nel 1857.
  • Sala II: «Il Presepe» di scuola romana del sec. XVI; «L’Annunciazione» di ignoto emiliano del sec. XVI; «Ritratto di Attilia Ramazzotti» di scuola di Lavinia Fontana; «Lapidazione di S. Stefano» di Orazio Sammachini (1532-1577); «Un esorcismo» di scuola bolognese; «Madonna col Bambino e santi» di Gian Battista Mar­coni; «Sposalizio della Vergine» di Gaspare Sacchi (1536) proveniente dalla chiesa di Valverde; «Ma­donna della Consolazione dello stesso (datato 1527: rappresenta i quattro Santi protettori degli ospedali uniti nel 1488 a quello di S. Maria della Scaletta); «Ascensione di N. S.» di scuola di Benvenuto Tisi detto il Garofalo; «Madonna in Trono» di Innocenzo da Imola (1490-1550); «Battesimo di Gesù» di Girolamo da Carpi (1535); «Madonna del Rosario e Santi» di ignoto romagnolo del sec. XVI; «Presentazione al tempio» di Gaspare Sacchi.
  • Sala III: «Apollo scortica Marsia» di scuola emiliana del ‘500: «Sposalizio di S. Caterina» di Lavinia Fon­tana; «Sacra Famiglia» di Marcello Venusti, manierista romano; «Sacra Famiglia» di scuola romagnola; «S. Francesco» di Bartolomeo Passarotti (1529-1592); «Sce­na di sacrificio» di Lavinia Fontana; «Ritratto di Gian Battista Codronchi» di Ernesto Schaichi, fiammingo; «Madonna di Ponte Santo» di Lavinia Fontana, datato 1584; «Ritratto di Ottaviano Codronchi» dello Schaichi; «Adorazione dei Magi» di Lorenzo Garbieri (1580-1654) dalla chiesa di S. Stefano, dove è rimasta dello stesso la «Adorazione dei pastori»; «Ritratto di Tiberio Co­dronchi» di ignoto.
  • Sala IV: «Frate» di scuola veneta del sec. XVII; «Crocefisso» di Elisabetta Sirani (1638-1665); «Ecce Homo» di scuola del Domenichino; «Ritratto» di scuola bolognese; «Ritratto della Signora Giulia Sassatelli Machirelli» di ignoto; «La Vergine col Bambino e Santi» di maniera del Padovanino; «Addolorata» attribuito al Ribera detto lo Spagnoletto; «Ritratto di Lodovico Bar­bieri» di Carlo Cignani; «Madonna in trono e Santi» di scuola bolognese del sec. XVII; «Annunciazione» di Marco Antonio Franceschini (1648-1729); «Martirio di S. Barbara» di un bolognese del sec. XVII; «S. Gio­vanni Battista» di Bartolomeo Schedoni (1570-1615); «Donna con candela» di scuola dei Carracci; «Sacra famiglia» di un emiliano del sec. XVII; Figura addor­mentata» di scuola carraccesca.
  • Sala V: «Studi di teste maschili» di Lodovico Car­racci (1555-1619); «Litigio al gioco» di scuola del Caravaggio; «Santo di ignoto» del sec. XVII; «Ritratto di Carlo Fracassati» di ignoto emiliano; «Nature mor­te» due quadri di autore fiammingo; «Due pastori» della maniera di Alessandro Magnasco; «Maria Mad­dalena» della scuola di Giuseppe Maria Crespi; «Maria Maddalena» di Gian Giuseppe dal Sole; «Scena allego­rica» dello stesso; «Crocefisso e la Maddalena» boz­zetto del quadro che è nella sacrestia della cattedrale; «Madonna» di scuola bolognese; «S. Cassiano» di Giu­seppe Bartolini (1654-1725); «Maddalena davanti al Cro­cefisso» attribuito al Dal Sole; «Maddalena in sogno» del Bartolini; «Vestizione di una monaca» di autore ignoto.
  • Sala VI: «La Vergine e S. Terenzio» attribuito ad Ubaldo Gandolfi; «S. Nicola da Tolentino» di Ubaldo Gandolfi (1728-1781) è il bozzetto del quadro che si trova in S. Agostino; «Ritratto di F. Alberghetti» di autore ignoto; «Ritratto di C. Zampieri» attribuito a Giacomo Zampa; «Invenzione della S. Croce» di Giro­lamo Cassiano Contoli; «Ritratti di fanciulli della fa­miglia Gonni» di Mauro Gandolfi; «Scena biblica» del Lange; «Ritrattino di donna» di Pietro Longhi (1733- 1813); «Paesaggi» quattro tele attribuite a Giovanni San­ti; «La Vergine col Bambino» di Giacomo Zampa; «Sce­ne brigantesche» due tele di un seguace del Borgognone.

Molte opere di artisti moderni e contemporanei, uni­tamente alle opere qui sopra descritte, troveranno posto nella Imola Museo di San Domenico-Collezioni d’arte della città che si prepara nel Chiostro ovest di S. Domenico. Vedi Musei civici Comune Imola. I musei archeologico, etrusco, romano e le collezioni delle ceramiche verranno trasferiti nella nuova sede sotterranea.

Il Museo nei Chiostri di San Domenico, Imola.

Voltando per via d. Bughetti si trova subito a sini­stra la Casa del Sacro Monte di Pietà già Casa Della Volpe. Costruita nella seconda metà del ‘400 dai Della Volpe, fu da questi donata al Mon­te di Pietà, che vi risiedette dal 1518 al 1820. Vi nac­que nel 1474 Taddeo della Volpe, famoso guerriero (il cui ritratto a cavallo si ammira nel palazzo comu­nale) che divenne capitano generale dei cavalleggeri della Repubblica di Venezia. Fu appunto con costui che il casato dei Della Volpe acquistò gran fama e potenza, così che donò questa piccola casa al Monte di Pietà e acquistò il grande «Albergo al Cappello» che da poco era stato confiscato agli eredi di Caterina Sforza e Girolamo Riario. La scarpata alla base e la parte superiore della facciata poggiante su archi a mensola dànno a questo edificio un aspet­to guerriero di «casa fortificata». Altri esempi del genere si hanno in altre città e particolarmente a Bologna e sono l’espressione di un’epoca legata ai fasti e all’austerità militareschi.

Casa del Sacro Monte di Pietà già Casa Della Volpe, XV sec.

Casa del Sacro Monte di Pietà già Casa Della Volpe, XV sec.

(continua)

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