Sulla decrescita. | Ritiri Filosofici


Sulla decrescita. Osservazioni a margine del libro di Serge LatouchePer un’abbondanza frugale.

LM
Ho deciso di presentare questo libro, anche se non ne parlerò nello specifico, poiché sono interessato agli aspetti pratici del nostro filosofare. Questo in fin dei conti è il motivo per il quale stiamo dando vita ai nostri “cenacoli” oltre ovviamente all’aristotelico spirito di philia che ci unisce.
Serge Latouche è un sociologo francese che, riprendendo il lavoro di alcuni sociologi come Durkheim e Mauss ma soprattutto il pensiero di alcuni intellettuali non inquadrabili all’interno di specifici settori o correnti di pensiero come Cornelius Castoriadis e Ivan Illich, ha portato all’onore delle cronache la decrescita.
Cos’è? La D. è uno slogan politico, sintesi di un manifesto culturale che presuppone una rifondazione della politica. La D. si fonda su un semplice presupposto: uscire dalla società della crescita e decolonizzare l’immaginario che ha portato ad economicizzare ogni aspetto del vivere. Tecnicamente quindi sarebbe più corretto parlare di a-crescita piuttosto che di decrescita. Il motivo è molto semplice: la logica della crescita illimitata in un mondo finito è assurda e ci sta portando verso il disastro ecologico. Ovviamente criticata a destra, la D. è mal vista anche a sinistra la quale, come noto, si fonda sul marxismo e quindi il suo pensiero si inserisce, mani e piedi, all’interno della logica sviluppista dalla quale la D. intende uscire. D. è critica radicale dello sviluppo. L’obiettivo dichiarato è quello di lavorare e consumare meno. D. significa parlare di una utopia concreta ovvero di una costruzione intellettuale di un funzionamento ideale della società che parte da dati esistenti ed evoluzioni realizzabili. Altri termini importanti sono l’autonomia contro l’eteronomia della mano invisibile e la convivialità che si oppone alla dismisura della società dei consumi. Fondamentale per realizzare un mondo conviviale è individuare le soglie oltre le quali l’istituzione produce frustrazioni nonché i limiti oltre i quali lo strumento esercita un effetto distruttivo sulla società. In quest’ultimo lavoro Per un’abbondanza frugale, che segue: La promessa della decrescita e Breve trattato sulla decrescita serena, Latouche affronta direttamente controversie e malintesi relativi a questo approccio che ha il merito di proporre una critica al funzionamento della nostra società a partire da un fondamento filosofico diverso dagli altri contemporanei.

Nick Machia
Non ho letto nulla degli autori che citi e dunque non posso esprimere un giudizio circostanziato. Se dovessi dare un semplice smell test, tuttavia, direi che in ogni epoca c’è stata qualche corrente di pensiero propugnatrice dell’insostenibilità del contemporaneo livello di produzione e consumo. Senza risalire al luddismo, basti pensare a tutti quegli intellettuali che, negli anni settanta, facevano riferimento al c.d. Club di Roma, le cui profezie di disastri ecologico/demografici sono rimaste confinate nell’ambito della cinematografia di genere. Tutti questi pensatori tendono ad ignorare (o gravemente sottovalutare) un elemento essenziale: la sistematica capacità dell’uomo di ridefinire gli ambiti economici in maniera radicalmente differente grazie all’innovazione (Kuhn, Schumpeter) e il potere di trasformazione della realtà indotto dagli ineliminabili “animal spirits” (Keynes). All’alba di una nuova era -qual è innegabilmente quella che stiamo vivendo, che vedrà affacciarsi sulla ribalta politico-economica antiche civiltà (Cina, India)- credo che le aspirazioni alla serenità indotta dalla decrescita sia poco più che una pia illusione, mentre dovremmo abituarci a comprendere (ed apprezzare) il cambiamento e la crescita tumultuosi. Se poi il cambiamento/divenire esista veramente, è un’altra storia …

LM
Parto dall’ultima frase: “Se poi il cambiamento/divenire esista veramente, è un’altra storia”, per dire che invece il punto è proprio questo! Se si ritiene che il cambiamento/divenire sia il senso ultimo oppure no. A me pare che la società odierna sia come il criceto che corre sempre più veloce all’interno della ruota finchè non si ribalta. La decrescita è l’uscita dalla ruota!

Cobb
A me pare che i presupposti filosofici, sociologici e politici di questo movimento siano ancora di carattere negativo. In altre parole, si ha una vaga idea di cosa rifiutare ma non si indica in modo sufficientemente chiaro quali debbano essere le alternative alla crescita economica. Si dice che bisogna “decolonizzare l’immaginario”, il che presuppone che vi sia una centrale ideologica che abbia occupato e sfruttato una mentalità e un modo di pensare. Ora, anche ammesso che vi sia una centrale di tal genere, per fare ciò bisognerebbe né più né meno che scardinare i fondamenti dell’economia politica così come li conosciamo da più di due secoli. Significa cioè abbattere tutto quell’immaginario che ha permesso al capitalismo di diventare non soltanto una semplice economia ma di essere la vera ed unica religione della modernità con il suo apparato di simboli, culti e sacerdoti. In questo senso Latouche e i suoi amici mi sembrano eretici non sufficientemente attrezzati filosoficamente per l’impresa (già tentata in modo molto più acuto, ma pur sempre inefficace, da quello strano miscuglio di politico e filosofo che risponde al nome di Marx). E con questo intendo essenzialmente la necessità di un’ontologia che sia da fondamento a quella morale che i decrescisti intendono proporre. Qualsiasi morale che non metta in discussione l’ontologia odierna, che propugna la fine di tutte le verità, è puro vagheggiamento.
Per quanto riguarda l’septto sociologico, il capitalismo può ancora governare perché, come tutte le religioni, si fonda su un semplice presupposto: il denaro come mezzo e scopo dell’accrescimento della potenza personale. E faccio notare che il sistema capitalistico non ha una soglia in cui rinvenire frustrazioni perché esso, per sua natura, produce effettiva frustrazione insieme a soddisfazione, così come genera distruzione insieme ad autentica creazione (il famoso processo di distruzione creatrice di Schumpeter).
In generale comunque il problema più grande che io ravviso, aldilà dell’aspetto filosofico e sociologico, è quello politico. In altre parole una politica di decrescita, che voglia cioè azzerare la crescita dell’investimento di capitale, deve fare i conti con le potenze planetarie che godono ancora su questo fronte un vantaggio competitivo. Noi stiamo parlando di questo mentre sono in atto, da almeno dieci anni, dei grandi movimenti volti al riequilibrio degli equilibri economici. La crisi nella quale viviamo è proprio questa: una competizione economico politica per il mantenimento del vantaggio competitivo. Questo lo aveva capito benissimo Severino il quale sosteneva, già nel 1988, che la crisi avrebbe provocato uno sviluppo indefinito del sistema economico. Altro che critica dello sviluppo! Tu dici che è la ruota del criceto! Ma il criceto sa benissimo che se si ferma è perduto!

OP
Scusate l’ironia,ma mettersi a parlare di decrescita nell’ambito di una congiuntura economica come quella che stiamo vivendo ora in Italia e in Europa…

Cobb
Come minimo ce menano…

LM
che i presupposti ontologici non siano chiari può essere ma non lo vedo necessariamente come un limite. Se, invece, la pretesa è quella di avere i filosofi al governo, allora alzo le mani e mi tiro fuori da questo cenacolo!
A parte l’ironia, a mio avviso è impensabile che dall’oggi al domani possa venire fuori un nuovo sistema politico fondato su un nuovo sistema filosofico. A meno che non si creda al racconto, assai romanzato, che Severino fa ogni volta sul cielo che appare dietro le nubi…
Se siamo a quel livello, allora faccio bene ad andare a messa stamattina!
Se siamo qui a discutere di un’alternativa allora rispondo con le parole di Schopenauer: “Tutte le verità passano attraverso tre stadi. Primo: vengono ridicolizzate; secondo: vengono violentemente contestate; terzo: vengono accettate dandole come evidenti.”
Attualmente siamo al primo. E’ ovvio, infatti, che parlare di decrescita oggi è come parlare del morto a casa dell’impiccato anche se ho chiarito nel documento che decrescita non significa “crescita negativa” come si direbbe oggi in termini economici ma a-crescita, ovvero uscita dalla logica sviluppista per entrare in una “conviviale”.
Sono assolutamente d’accordo che per fare questo, per decolonizzare l’immaginario occorre mettere in discussione la religione dell’homo economicus, i suoi riti e i suoi sacerdoti.
Tornando al commento di Nick Machia comincerei a sfatare il mito dell’innovazione: 1) perché, in termini ontologici, se è vero che tutto è eterno, non si capisce cosa dovremmo innovare; 2) in termini pratici/economici, l’innovazione industriale è roba per pochi intimi rispetto alla popolazione mondiale che fa credere a noi occidentali di essere più ecologici ed etici, mentre in realtà abbiamo solo spostato il problema da altre parti del mondo e/o del tempo, sfruttando altre popolazioni ed altre parti del mondo e mettendo a rischio il futuro delle prossime generazioni.
E tanto per alimentare la polemica mi si offre su un piatto d’argento questo link: http://goo.gl/p7vNG.

Nick Machia
Ovviamente il commento di Cobb denota un altro passo! Ḕ ovvio che, non avendo letto il libro, non posso entrare nello specifico; sono però sostanzialmente d’accordo con Cobb, sui limiti di teorie relegabili nell’ambito della pars destruens di un sistema. Quanto poi alla storia di noi cattivi occidentali, che avremmo spostato le contraddizioni del nostro sistema nei paesi che sfruttiamo, scusa, sarà uno splendido argomento per la raccolta di voti fra i nostri sazi concittadini che voglio sentirsi equi e solidali, ma non sposta in alcun modo la questione. L’articolo del NYT ha scoperto l’acqua calda e da tempo circolano analisi sulla struttura dei costi dell’apparato tecnologico occidentale (qui, ad esempio, trovi una dialettica molto più cazzuta del dico/non dico del NYT: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241). Ciò nonostante, e lo affermo nella consapevolezza di apparire un tatcheriano di risulta (quale poi in effetti sono!), quel tipo di condizioni di vita e di lavoro è assolutamente necessario per determinare uno scontro fra fattori di produzione che conduca ad un miglioramento delle stesse condizioni di vita e di lavoro. Insomma, penso che soltanto dal conflitto e nell’aspirazione dei singoli a migliorare le proprie condizioni possano emergere miglioramenti per tutti (tu chiamalo, se vuoi, progresso).

OP
Se ho ben capito, il tema di fondo che ha inteso sollevare LM è- per sintetizzarlo in due parole-quello di ritrovare una prospettiva che rimetta al centro l’uomo il che comporta o dovrebbe comportare uscire da una logica “sviluppista” come la chiama lui, mettendo in discussione quindi la religione moderna dell”‘homo economicus con i suoi riti e i suoi sacerdoti”e recuperando di conseguenza una dimensione morale (quale?) dove si dovrebbe prevalentemente vivere. Ottimi propositi, nulla da eccepire al riguardo almeno in linea di principio,perchè poi sul come concretamente perseguire un tale disegno il discorso si fa problematico, si veda ad esempio l’esempio che luciano ci ha portato sul tema della “decrescita”e le obiezioni mosse al riguardo (e che personalmente trovo fondate) di Cobb prima e di Nick Machia poi. Ciò non toglie che il bisogno di fondo di cui accennavo all’inizio e dal quale parte Luciano,non sia oggi di stringente attualità anche se non possiamo certo definirlo inedito, essendo stato sollevato infinite volte e peraltro ricordo che è un tema centrale nella pastorale e nella dottrina cristiana sul quale oggi la chiesa richiama sempre più spesso l’attenzione.

LM
Parto dalla domanda di Cobb che si legge all’ultimo paragrafo della introduzione alla lettura al TTP di Spinoza, presente sul sito: “Qual è oggi la nuova religione, la nuova superstizione?” che impedisce la filosofia, quella filosofia capace, sempre secondo Spinoza, di far sì che “Gli uomini governati dalla ragione (…) non desiderano per se stessi nulla che non desiderino anche per il resto dell’umanità“.
Siamo d’accordo su questo? Siamo d’accordo che la necessità della società di oggi è trovare un fondamento filosofico/di ragione alla regola aurea (che non è propria solamente della dottrina cristiana)? Gli “obiettori di crescita” ritengono che la nuova religione/superstizione sia il mito della crescita infinita, il mito dell’economia quale misura di ogni cosa, il mito della tecnica capace di dare una soluzione anche a ciò che pare impossibile (come crescere all’infinito in un mondo dalla capacità finite?). Gli obiettori di crescita sostengono che l’attuale modello sociale sia non più percorribile, non già e non solo per mera caritas verso il prossimo, ma perché esso porterà noi stessi, le nostre famiglie, la nostra società e in fin dei conti, la nostra Terra verso condizioni di vita sempre più insostenibili se non a prezzi sempre più alti e per una fascia sempre più ristretta della popolazione mondiale.
Come cambiare rotta? Spetta ai filosofi dettare la strada. Alla massa occorre una narrazione, un nuovo mito fondativo.
Da dove partire? Restando sempre a Spinoza e al suo paradosso di cui ha parlato sempre Cobb: da noi stessi.

Sulla decrescita. | Ritiri Filosofici.

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