Benedetto Calati, il profeta di Camaldoli.


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Padre Benedetto Calati e Pietro Ingrao all’Eremo di Montegiove

Nel novembre di 13 anni fa moriva un grande monaco camaldolese, punto di riferimento per tanti credenti e non credenti. Aveva definito Dio «un bacio».

di Luigi Francesco Ruffato

Ho conosciuto dom Benedetto Calati, monaco camaldolese, leggendo i suoi libri e le testimonianze di comuni amici. L’avevo visto, fugacemente, una mattina d’Avvento, nella chiesa di Viboldone, Milano, mentre celebrava l’eucarestia, durante la quale una monaca benedettina emise i voti perpetui. L’ho sempre ammirato per il coraggio e la sua forte esperienza di fede, che continua ad affascinare anche i non credenti; ho invidiato il suo entusiasmo per la Parola di Dio, l’amore per la liturgia animata dal canto gregoriano, la passione per la musica, la possibilità di godere il silenzio del bosco, l’amicizia con i non credenti, l’ardore e lo spirito di libertà succhiato dal Vangelo, scuola d’amore.

Dio è un bacio

Dom Calati sosteneva che prima di ogni legge c’è l’amore, perché «Dio è un bacio». «Con il primato dell’amore, che non è né celibe né coniugato, si aiutano meglio gli uomini a illuminare e risolvere anche i più angosciosi dilemmi di oggi, attorno alla vita e alla morte», diceva. È l’amore che crea la novità e rende efficace la testimonianza dei cristiani e il governo della Chiesa. Lo consigliava come metodo di discernimento ai superiori dei monasteri, dei conventi, al Papa, ai vescovi, a quanti sono preposti alla guida di persone credenti e non. Il motto «carità in dialogo» ha illuminato la sua visione di Chiesa e di monachesimo rinnovati. «Chi non ama – soleva dire – non ha tempo né per cambiare né per sognare riforme o profezie». Dom Emanuele Bargellini, suo successore alla guida di Camaldoli, attesta che «il bacio di Dio ha ispirato e segnato la sua esperienza di uomo e monaco». Ha formato generazioni di monaci e cristiani.

«Ha creato – sottolinea Bargellini – una straordinaria comunità allargata attorno al Gesù del Vangelo… Il suo occhio acceso e lo sguardo penetrante comprendeva la presenza di Dio, non solo nelle Scritture, ma anche nelle persone, nella Chiesa e nel mondo. Semplice e amico di tutti, fragile e libero, reso audace dallo Spirito. Monaco del nostro tempo e per il nostro tempo, sognava un’altra Chiesa, un altro monachesimo, per far spazio allo slancio creativo dell’esperienza spirituale. In lui nascono certe esperienze forti, che sembrano veri e propri scatti di amore ferito o certi tratti di stile, ritenuti fin troppo accondiscendenti. La sua passione, talora, si faceva ira al modo dei profeti, quando si confrontava, dolorosamente, con i ritardi del processo storico del rinnovamento conciliare».

Poesia e fede

«Non c’è fede autentica senza poesia». La poesia è il nuovo linguaggio della fede, l’intuizione del mistero, al quale ci si accosta con profonda umiltà: «Senza umiltà il divino non prende voce umana. A Dio serve il grembo di una ragazza mite e umile. L’umiltà è lo stile scelto da Dio per manifestare il suo amore». Guardava la vita come una meraviglia di Dio, cui prestava un sorriso inconfondibile.

Amato e rifiutato

Benedetto Calati è stato amato e rifiutato. A poco più di un anno dalla sua morte sono soprattutto i «laici» a essergli riconoscenti per l’abbraccio gratuito e paterno da «uomo di Dio, umile e sottomesso al Gesù del Vangelo» con cui accoglieva tutti. Sentiva l’obbedienza ai superiori come una grande virtù, pur essendo nell’animo ribelle a ogni legge senza amore. Rivendicava il diritto a un cuore libero.

Si conservò sempre vivace e fresco nel pensiero. Ribadiva che il motto di san Benedetto ora et labora, «prega e lavora», è una norma attualissima e per i monaci e per i credenti: «Un vero lavoro esige che il monaco dorma e dorma bene!… I problemi emergono quando si dissocia il binomio preghiera e lavoro». E chiariva: «La vita monastica non può coincidere con un impegno intimistico, che porta a spiritualizzare anche il sonno e a considerare il lavoro una cosa profana».

«Quando giunsi a Camaldoli, nel 1932, vigeva un orario micidiale – raccontava Calati a un inviato della rivista «Servitium» –: levata notturna all’una e trenta. Seguiva la salmodia di oltre un’ora. Per i novizi non si badava all’età: prolungavano ulteriormente la veglia con un’aggiunta di salmi. Il ritorno in cella avveniva oltre le tre. La giornata prevedeva, inoltre, la salmodia diurna. Ogni attività che non fosse preghiera era accantonata. Trascorsero in tal modo gli anni giovanili, in cui il sonno veniva violentato sin dal suo apparire. Questo regime è continuato ininterrottamente per tutto il periodo della mia giovinezza. (…) Bisognerà attendere il concilio Vaticano II perché la notte (anche a Camaldoli) ritorni a essere il tempo per dormire e il giorno il tempo del lavoro». Calati, tuttavia, nel periodo in cui insegnò scelse la notte anche per studiare.

«A 86 anni – confessava all’inviato di “Servitium” – dormo tre o quattro ore di notte quanto basta – specificava –, per il mio attuale ritmo. Le mie veglie non hanno nulla di ascetico; la mia povera preghiera trova qualche posto nella mia veglia. Penso alle giaculatore dei Padri, a quelle più moderne. La musica classica mi accompagna in questo vegliare, in particolare Bach, Mozart, Beethoven. Gli amici mi hanno fornito una radio con il lettore di compact disc e una serie di brani di musica classica. Dedico alcune ore, per necessità, ai problemi della Chiesa. Sono interessato all’ecumenismo e soffro per il ritardo con cui procede l’attuazione del concilio Vaticano II».

Apostolo dei laici

Dom Benedetto fu attento, con particolare originalità, «all’accompagnamento fraterno degli ospiti», soprattutto laici. «Ho creduto e credo nell’esigenza di un nuovo ruolo dei laici nella Chiesa… La pagina più bella della Bibbia è la creazione dell’uomo e della donna, fatti a immagine e somiglianza di Dio…». Riteneva l’amicizia la «terza via» per incontrare Dio, e un «sacramento che Gesù ha lasciato in dono».

A chi gli chiedeva se la Chiesa-comunione, la Chiesa, popolo di Dio, dovesse abbandonare il clericalismo e diventare compiutamente laica, rispondeva: «Necessariamente. La parola “clericale” deve essere scomunicata! La laicità è la vera parola evangelica. Gesù è laico, e pure la sua Chiesa deve esserlo».

In momenti di prova, per farsi comprendere, affermò: «La Chiesa non è la città dei cattolici, a difesa e conquista degli interessi cattolici, ma vive nel mondo ed è a servizio del mondo… è costituita da tutti i giusti (a cominciare da Abele)…». Citava spesso detti di san Gregorio Magno. Questo, ad esempio: «Anche la Scrittura cresce insieme a chi la legge». E cosi la Chiesa, popolo di Dio, commentava. Oppure: «L’ultimo dei credenti può interpretare la Parola di Dio come me… Ognuno conserva la rivelazione nel suo cuore, come Maria… anche certi poveretti allevati nelle sacrestie». «Perché la Chiesa non inventa la verità, ma la custodisce». «Tutti i fedeli sono organi di verità». «Ogni uomo è storia sacra in atto, una pagina vivente della storia della salvezza», aggiungeva.

«Vedo la vita di dom Benedetto come una lunga uscita verso la laicità… ossia un cammino verso la libertà, il tesoro più prezioso dell’uomo», testimonia Raniero La Valle.

Quando gli chiedevano il parere sul celibato dei preti e su alcune istituizioni della Chiesa, come il Sant’Uffizio, usava affermazioni forti («scatti d’amore ferito») che vanno accolte nel contesto di un amore viscerale a Gesù, al Vangelo, alla Chiesa, all’uomo di qualunque estrazione. Ebbe per questo qualche noia con le autorità.

Nutriva una tenerezza particolare per la sua comunità monastica. Desiderava che ogni monaco fosse se stesso, non per obbedienza, ma per amore. «Quando mi accorgo che qualche confratello manca in coro o in refettorio, me ne preoccupo, non perché una norma di disciplina non viene osservata, ma perché egli può sentirsi poco bene o, se è fuori con la macchina, può essere incorso in un incidente…».

Confessava: «Penso di avere una capacità visiva molto attenta e fotografo lo sguardo di un fratello quando ha qualche preoccupazione; entro in sintonia con lui senza parlare; il più delle volte non saprei che dirgli. Il mio dialogo è stato più una vicinanza, una presenza attenta, un’attesa vigilante. Non mi sono mai imposto con la mia autorità. Ho preferito attendere il momento più opportuno per ascoltare e comunicare in verità… Solo un monachesimo impregnato di amore e ridondante amore è credibile».

Monaco raro…

«A Camaldoli – scriveva Rossana Rossanda il giorno della morte di dom Calati – si è spento un monaco raro che amavamo e che ci amava e per noi, che non speriamo nell’eternità, per sempre perduto». «Nella casa benedettina di Montegiove, dove si riunivano credenti e non credenti, lo sentii parlare sulla legge, la coscienza, la libertà e metteva la libertà per prima – ricorda la Rossanda –. Dio ci ha fatto liberi di pensare e liberi di ascoltare. Il monachesimo è stato la libertà della Chiesa nascente». «Parlare con lui – scrive Enrico Peyretti – ascoltarlo, era bere acqua di monte, fresca e sana… Con intelligente bontà scaldava il cuore».

Il suo congedo dagli amici si è trasformato in stupore: «Ottimismo, ottimismo, ricordatevi l’ottimismo». Ricorda Raniero La Valle: «Io gli raccontavo i guai della politica, del mondo, e lui taceva e sperava, e vedeva la Storia Santa in cammino».

I confratelli ricordano le sue ultime parole, che furono: «Andiamo in pace!». Ancora una volta, Dio non lascia la sua Chiesa senza profeti.

Messaggero di sant’Antonio – Aprile 2002 – Benedetto Calati, il profeta di Camaldoli.

http://www.radioradicale.it/scheda/225391/uomo-di-dio-amico-degli-uomini-linsegnamento-spirituale-di-padre-benedetto-calati-presentazione-del-libro-

 

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